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Carissimo Matteo, il vescovo Aiello: il male di vivere rode il cuore dei nostri giovani. Insegniamo loro che la felicità esiste ma è fatta di piccole gocce e carezze date piano

E’ una lettera che racconta il male di vivere dei giovani quella che il vescovo Arturo Aiello ha voluto scrivere a Matteo, simbolo di tutti i ragazzi e ragazze che hanno scelto di rinunciare alla vita. Un gesto estremo, espressione della sofferenza, dell’angoscia e delle paure delle nuove generazioni che fanno spesso fatica a guardare al futuro.

Carissimo Matteo

è stata una bella giornata oggi, di quelle che Patty Pravo (una cantante di Sanremo di tanti anni fa) avrebbe descritto con “fa dire a dicembre: l’estate è già qui!”: il sole ha riscaldato l’aria e accellerato la crescita delle gemme sugli alberi che, a breve, saranno fiori. Ma tu non hai potuto vederla, almeno da qui. La notizia della tua drammatica partenza mi ha raggiunto e ferito, ho pensato al dolore di tua madre, della tua famiglia, dei tuoi amici, al tuo dolore che ha tracimato superando financo la barriera della morte. Che succede, Matteo, a quelli come te che preferiscono il buio a un’uscita con gli amici, a una scorribanda in moto, una festa d’estate, un bacio, un abbraccio, una serata al mare, una salita al monte Terminio? Penso a te e mi sento responsabile del tuo gesto estremo, agli attacchi d’ansia che l’hanno preceduto, al vuoto che rileviamo, sempre troppo tardi, laddove pensiamo ci sia una foresta lussureggiante di sogni, di attese, di sentimenti, di tempo da vivere. Matteo Bussola, tuo omonimo, lo chiama “la neve in fondo al mare”: la zizzania della disperazione che alligna laddove ci aspetteremmo un campo dorato di grano che si chiama (ed ho paura di scriverla oggi questa parola)…felicità. Ma esiste, Matteo, la felicità? Forse voi giovani vi aspettate una cascata, e noi, noi adulti, non siamo riusciti a dirvi (non ne abbiamo avuto il tempo?) che c’è, ma in piccole dosi, non in una ubriacatura, ma in solo bicchiere di vino centellinato con gli amici, non in una grande abbuffata, ma nel gustare pane e nutella in una mattina di sole, non in un’orgia, ma in una carezza data piano come a sfiorare un capolavoro, non negli eccessi, ma in piccole gocce come un profumo costoso.

Mi accorgo che, scrivendo a te, senza essermene reso conto, è agli altri tuoi coetanei che mi sto rivolgendo pregandoli, in ginocchio, di non tirare troppo presto le somme e non scegliere abbrivi mentre il futuro ha in serbo cose belle. Matteo, nella nostra Irpinia abbiamo il triste primato di gente che clicca e spegne la vita come spegnere la luce, in tanti ci chiediamo perché, eppure il verde, che non ci manca, dovrebbe inclinare a pensieri positivi sulla vita, sull’amore, sul futuro: non è il colore della speranza? Forse a casa, a scuola, in parrocchia, all’Università dovremmo interrompere le solite lezioni e dire: ragazzi d’ora in poi facciamo corsi sulla vita! Dove ci sia posto anche per il disagio, per il dolore (dovremmo tornare a parlarne!), per amori diversi, ma pur sempre amori, per la resilienza alle sconfitte e agli abbandoni, per il sapore del pane, il gusto dei sogni, la voglia di scalarlo questo muro anche se sovrastato “da cocci di bottiglia”. Matteo, tu sei in pace, noi no, con i vocabolari bianchi dove nessuna parola sia possibile più pronunciare, sconfitti, noi, non tu, nel sogno che ancora ci muove verso le nuove generazioni così spesso macchiate, quasi fosse un bubbone di peste, dal “male di vivere”. Matteo, le finestre (anche questo dovremo insegnare?) servono per affacciarsi alla vita, per sentire, quando è ancora buio, che i merli cantano serenate d’amore, per ascoltare il suono (una nota pura) della marmitta dell’amico che viene a prendermi, per gridargli “scendo subito!”, per guardare il passaggio delle stagioni, la neve bianchissima in cima al Terminio, per fermarsi a “sentire le cose cantare”. Non servono a legare una corda…

Se è così dovremmo murarle tutte le finestre, “tompagnarle” come dicono i vecchi muratori, invece è un affaccio sulla vita, una finestra, uno schermo da cui guardare ed essere guardati, la cornice per attardarsi sulla Valle del Sabato e sentire che, da qualche parte, scorre ancora il fiume e va speranzoso verso il mare. Eri contento, Matteo, nella veste della tua Prima Comunione, quando correvi in bicicletta, nell’allegra brigata degli amici, nell’incertezza dell’adolescenza in cui scoprire chi essere prima che cosa fare da grande, negli abbracci in cui trovavi riparo, poi il buio all’improvviso. Veniamo in tanti, pellegrini alla tua finestra chiusa (tua madre I’ha spezzata, ma tu avevi già tagliato la corda), il vescovo, i parroci, i rappresentanti delle Istituzioni, gli amici, gli indifferenti, come una dolente processione per ridare nomi alle cose, nomi cancellati, sventrati, sverginati come dopo una guerra. Aiutaci a scriverlo anche tu, Matteo, questo rinato vocabolario della vita. Mentre ti scrivo, il Papa Francesco, con un polmone solo, cerca sorsate d’aria per aggrapparsi alla vita, il tuo vescovo spia le gemme sugli alberi, come un guardone, in attesa della primavera, tanti si avvicinano alla finestra per contare anche oggi un nuovo passo della luce che vince sul buio e sull’inverno. È stata bella, Matteo, questa giornata di sole per noi, tu non l’hai vista, ma tentiamo di raccontartela come si faccia con un cieco cui si dicono parole per disegnare colori. Va in sogno, ai tuoi amici e dì loro a cosa servono le finestre ora che, a tue spese, lo hai finalmente capito. Servono a dire “Buongiorno!” anche in una mattinata gelata come ieri, a vedere il creato che ci viene incontro e ci sorride com’era al principio del mondo. Riposa in pace, Matteo, e prega Dio che ti ha raccolto, prima di tua madre, perché il male di vivere non sia più visto e non roda,come un tarlo, il cuore dei nostri giovani che sono già  pochi.                                     Ti benedice

il tuo Vescovo.

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