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Nonno perché fanno la guerra? Alessandro ha quattro anni e per lui la guerra è quella del protagonista di un videogioco: una volta ferito a morte risorge da solo. Ma le immagini che gli offre la tv sono diverse: centinaia di corpi imbiancati distesi per terra, mentre le persone scappano alla ricerca di un luogo sicuro. Resto basito. Lì per lì non riesco a rispondere. Dovrei dire: perché alcuni uomini sono cattivi. Ma non mi convince. Ale è troppo piccolo per capire che la guerra è figlia di una immonda economia su cui prospera l‘industria bellica. O forse no. E’ la cieca follia religiosa che mette i popoli l’uno contro l’altro armato. O ancora. La conquista del nero petrolio che sporca il diritto di una vita tranquilla. Già. E’ il male che vince sul bene, lo scontro che si sostituisce al dialogo, la ricerca di una terra promessa che muove il sentimento di una appartenenza. Già la guerra: forse è tutto questo e altro ancora. Ma per Ale è solo un gioco come un altro. Allora decido di trasformarmi in testimone. E comincio il racconto di quando, giornalista de Il Mattino di Napoli, fui inviato in Medio Oriente, nel torrido agosto del 1982, a narrare ciò che accadeva nell’ennesima guerra che vedeva opposti gli israeliani ai palestinesi. Di quella volta che un bambino, poco più di dieci anni, mi puntò il mitra sul petto e un attimo dopo comsumò il caricatore sparando nel cielo terso. Lo aveva fatto perché sulla maglietta che indossavo era ben visibile lo scudetto dei colori italiani. E quell’anno l’Italia aveva vinto i campionati del mondo. Eppure in quegli attimi infiniti avevo rivisto tutta la mia vita con il terrore che finisse lì. Ma quella era solo gioia, caro Ale, di un tifoso che dopo aver sparato si allontanò gridando Pertini, Rossi, Cabrini, Italia olè. Non così avvenne alcune settimane dopo. Ero in una strada accorsata di Beirut. D’improvviso le opposte fazioni costruirono barricate con sedie, armadi dismessi, sacchi di farina.
Dietro uno di queste mi riparai insieme a un ragazzo scuro con gli occhioni celesti. Fu così che dagli israeliani partì una scarica di colpi di mitra diretti al cielo. Nella caduta i proiettili vaganti sono micidiali. Molti caddero a pochi centimetri da me e fui salvo per miracolo. Il ragazzo al mio fianco no: fu colpito tragicamente alla testa. Fu un attimo… Lo presi tra le braccia e piansi lacrime calde di una guerra assurda. Caro Ale, nessuna guerra è giustificabile, tanto meno una guerra di religione. Ne ebbi conferma una sera che insieme al collega Vittorio Dell’Uva attraversavo con un auto presa a nolo la collina del Golan: fummo vittime di un’imboscata dalla quale riuscimmo, solo per un colpo di fortuna, a salvarci. I proiettili si conficcarono a pochi millimetri dal serbatoio dell’auto. Tutto perché appesi allo specchietto retrovisore c’era una corona con tanto di crocifisso. Non ce ne accorgemmo e inconsapevolmente diventammo nemici di un plotone di sciiti. E’ anche questa la guerra che uccide senza ragione, che accantona i valori della vita, e ignora l’umanità. Non avevo ancora visto il peggio. Lo narrai quel terribile sabato del 18 settembre dell’82. In mattinata, tra i giornalisti esteri si era sparsa rapidamente una voce: massacro. Era stato deciso per vendicarsi della morte del presidente libanese Gemaiel. E massacro fu. Nei campi palestinesi di Sabra e Shatila. La strage fu compiuta dalle Falangi libanesi e l’Esercito del Libano del Sud, con la complicità dell’esercito israeliano. Fu trucidato un numero di civili compreso fra 762 e 3.500, prevalentemente palestinesi e sciiti libanesi. Le ruspe all’alba di quel settembre erano passate su tutto, uomini, donne e bambini. Scene impietose, raccapriccianti, terribili. Non le dimenticherò mai. L’orrore non è mai finito. Il massacro dei civili siriani, le vite inermi spezzate sotto le bombe di questi mesi, non fa che allungare tragicamente l’ombra funesta della morte e della disumanità. Non siamo in un videogioco. No. Siamo carne e anima. Ed è venuta l’ora che soprattutto questa prenda spazio e si illumini nelle stanze dei bottoni. Solo questo potrà ricondurci in una condizione pienamente umana da cui ripartire. E si deve e si può fare.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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