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Casalegno, il giornalismo e i terroristi 

Il terrorismo oggi ha la faccia feroce dell’Isis che usa camioncini guidati da kamikaze nell’odio contro l’occidente. Negli anni settanta ad insanguinare l’Italia c’era il terrorismo delle brigate rosse. Oggi i giornalisti vengono presi a “testate” come è successo ad Ostia. Tempi brutti ma orribili erano quelli di quarant’anni fa. Nel clima di feroce contrapposizione di allora a rimetterci la vita è il vicedirettore della Stampa di Torino, Carlo Casalegno.

Il 16 novembre del ’77 rientra come tutti i giorni a casa ma ad aspettarlo nell’androne del palazzo ci sono quattro brigatisti rossi che sparano e poi si allontanano, convinti di avere ucciso il giornalista che invece, pur avendo subito gravissime lesioni da arma da fuoco alla bocca e alla mandibola, non muore subito ma tredici giorni dopo. Oltre alla moglie Dedi Andreis, Carlo Casalegno lascia un figlio Andrea che ha 33 anni e oggi è giornalista del Sole 24 ore. La motivazione di quell’omicidio la forniscono gli stessi brigatisti nel 1983 durante il processo in Corte d’Assise. Definiscono Casalegno un pennivendolo di Stato perché a loro dire era parte attiva nella difesa e nella costruzione dello Stato di Polizia e rivelano che hanno deciso di ucciderlo per un suo duro articolo dell’11 novembre ’77 intitolato “Non occorrono leggi nuove, basta applicare quelle che ci sono. Terrorismo e chiusura dei covi”.

Casalegno è il primo giornalista assassinato dai terroristi. Ma la campagna delle BR contro gli uomini dell’informazione era iniziata qualche mese con i ferimenti di Valerio Bruno, Indro Montanelli ed Emilio Rossi. L’Italia è nel pieno degli anni di piombo ed è l’epoca dei governi di solidarietà nazionale cioè guidati dalla Democrazia Cristiana ma sostenuti dal Partito Comunista. Il Presidente del Consiglio è Andreotti ma gli architetti della fase politica che il paese sta attraversando sono Berlinguer e Moro che sarà barbaramente assassinato sempre dalle Brigate Rosse, il 9 maggio del 1978. Sono anni drammatici ma anche di cambiamento ed impegno sociale e politico. C’è l’Italia dei movimenti, delle contestazioni, della violenza e un paese che sta mutando pelle cercando una leggerezza che allora è solo embrionale. Nasce, ad esempio la TV a colori. E proprio in televisione chiude Carosello e va in onda un programma di trasgressione per l’epoca come l’Al – tra Domenica di Renzo Arbore. Un paese che appare diviso a metà. Da un lato la ricerca dell’evasione dai problemi quotidiani e dall’altro la tensione e la carica di violenza. Un doppio binario che giornalisti come Montanelli o Casalegno osservano e descrivono. E Carlo Casalegno ha il figlio Andrea che nel maggio del ’72 viene arrestato per aver distribuito volantini nei quali Lotta Continua approva l’omicidio del commissario Calabresi. Oggi Andrea Casalegno ammette che “i nostri padri si erano battuti contro nazisti e fascisti, ed erano nel giusto mentre noi ci siamo battuti per la rivoluzione, ed eravamo nel torto. Abbiamo commesso errori terribili. E non lo dico perché sono il figlio di una persona assassinata. Certo è impossibile arrivare a una memoria completa, ma non dobbiamo smettere di esercitare la riflessione critica, la ricerca storica. Sono contrario a colpi di spugna, a una presunta pacificazione per chiudere una guerra che non è mai esistita. La penso come il figlio del giudice Galli, assassinato nell’80 da Prima Linea, l’organizzazione terroristica nata dal servizio d’ordine di Lotta continua: sono contrario a film come quello che getta una luce accattivante su Sergio Segio, che di Prima Linea fu uno dei capi. Tutto è lecito, ma non tutto è opportuno”. La storia in quarant’anni ha compiuto altre traiettorie e altri percorsi ma resta il dovere di rinnovare la memoria di uomini come Carlo Casalegno.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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