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E’ nato spontaneamente per contestare l’egemonia di Matteo Salvini nelle piazze dell’Emilia Romagna chiamata al voto fra due mesi, ma il movimento delle sardine non si rivolge solo al leader della Lega per rintuzzare il suo messaggio di “bugie e odio”. Parla anche al più recente dei “movimenti”, alimentato dalla protesta e trasformatosi, appena arrivato al potere, in una struttura burocratica e verticistica; e parla al governo, ai partiti che lo compongono, agli uomini e alle donne che lo guidano e che dovrebbero mettere l’interesse pubblico in cima alle motivazioni del proprio agire, e spesso non lo fanno.

La molteplicità degli obiettivi potrebbe presto condannare gli autoconvocati di Bologna, Modena e di tante altre piazze d’Italia all’esaurimento di una capacità di aggregazione e di una spinta che ora appare in crescita esponenziale. E’ ciò che si augurano cinicamente i politici presi di mira dalla protesta popolare, ma è anche ciò che temono osservatori magari non ostili, che però riflettono non a torto sulla triste parabola di altri movimenti che si sono rincorsi nel tempo in Italia e non solo: il popolo dei fax, il popolo viola, i girotondi, i senza se e senza ma e via elencando. Può darsi che abbiano ragione; ma anche se ciò dovesse accadere, resterebbe la testimonianza della vitalità di una società che guarda al futuro ed esprime un protagonismo costruttivo, in contrapposizione alla politica che occupa le istituzioni condannandole all’immobilismo per mancanza di idee, riducendosi all’esercizio di un potere fine a se stesso.

La caratteristica che forse distingue questo movimento da quelli che l’hanno preceduto è un atteggiamento di fondo che pone i suoi promotori non “contro” qualcuno ma “per” qualcosa, per un obiettivo che valga la pena di raggiungere. Certo, la polemica antisalviniana è forte, è la molla che ha fatto scattare la discesa in campo, anzi in piazza, del movimento, ma in qualche modo questa fase si è già esaurita quando è stato decretato che il “diritto di parola” degli avversari non equivale al “diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”.  E’ la prima tappa di un percorso che dovrebbe, potrebbe, portare ad una rigenerazione dell’agire politico. E qui c’è un altro elemento di distinzione rispetto al passato, perché le “sardine” non intendono scalare il potere, non condannano in blocco la classe dirigente in un’ottica di sostituzione totale (come volevano i Cinque Stelle, e si è visto come sono finiti). Anzi, sostengono, con una imprevedibile apertura di credito: “Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”. Dunque l’interlocutore è la politica, lo Stato, sono le istituzioni, proprio quelle che in queste settimane stanno dando prova dell’incapacità di affrontare con ragionevolezza, concretezza e serietà problemi annosi come la salvaguardia di Venezia, la crisi della siderurgia, il collasso dell’Alitalia.

Siamo insomma al paradosso di un movimento di popolo ma non populista, che si rivolge alla politica per avere risposte, che non si propone di distruggere ma ha ancora fiducia nella buona politica. Questa la novità che fa ben sperare.

di Guido Bossa

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