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Cieli tempestosi e lampi di guerra

Appena si è conclusa la formazione del nuovo Governo, subito è caduta sulla testa di Conte la tegola della scissione di Renzi dal PD e la nascita di un nuovo partito personale che siederà al tavolo della maggioranza per condizionarne la navigazione. E’ facile prevedere che se il nuovo Governo volesse compiere qualche timida modifica delle controriforme renziane (dal Job’s act alle normative fiscali/finanziarie) troverebbe degli ostacoli insormontabili. Non sono mancate le interpretazioni psicologiche di questo nuovo evento politico ed è stato chiamato in causa il narcisismo del leader, la sindrome del Monarca, incapace di vivere senza comandare. Le miserie della politica italiana, però, non sono una esclusiva nazionale. Proprio in questa settimana il capo dello stato spagnolo, Filippo VI di Borbone, ha constatato che, dopo cinque mesi di inconcludenti trattative, non c’è l’accordo politico per formare una maggioranza di governo, per cui il 23 settembre scatterà lo scioglimento anticipato delle camere e il 10 novembre si terranno le elezioni. In questo modo è stato fatto scempio del voto, grazie al quale, il 28 aprile scorso, la sconfitta delle destre aveva offerto la possibilità di una svolta di governo attraverso la coalizione delle due sinistre (Socialisti e Podemos). L’accordo è fallito per l’irresponsabilità di entrambi gli attori politici, ma principalmente per l’arroganza del leader del PSOE, Pedro Sanchez, che non ha mai accettato l’idea di condividere il potere formando una coalizione con Podemos.  Adesso che la Spagna si appresta a votare per la quarta volta in quattro anni, il rischio di consegnare il Paese ad una destra illiberale è altissimo.

Se guardiamo dall’altro lato del Mediterraneo, vediamo che la Tunisia, l’unico Paese arabo riuscito ad instaurare un regime politico democratico con la Costituzione approvata il 10 febbraio 2014, sta attraversando una turbolenza politica che potrebbe mettere in discussione le principali conquiste acquisite con la rivoluzione dei gelsomini. Alle elezioni presidenziali svoltesi domenica scorsa, i candidati che si sono piazzati ai primi due posti e che dovranno affrontarsi nel ballottaggio sono: un integralista salafita, Kais Saied, ed il Berlusconi locale, Nabil Karoui, un imprenditore televisivo in carcere per riciclaggio e frode fiscale. Comunque andrà il ballottaggio, che dovrebbe svolgersi tra il 29 settembre e il 13 ottobre, per la Tunisia rimane buio all’orizzonte.

Le elezioni che si sono svolte martedì scorso in Israele un risultato positivo l’hanno prodotto: hanno bruciato le ambizioni di Netanyahu di permanere alla guida del governo. Ma la situazione non è molto migliorata visto che l’ago della bilancia per la formazione del nuovo governo sarà l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, un politico che da Ministro degli esteri riuscì persino a litigare con Netanyahu, perché riteneva troppo debole l’offensiva militare di Israele contro Gaza.

In realtà, è proprio nel Medio Oriente e nel Golfo Persico che in questa settimana si è fatto un passo avanti decisivo verso il caos. La guerra per procura che da oltre venti anni si combattono Arabia Saudita ed Iran ha avuto un terribile salto di qualità, quando la mattina di sabato 14 settembre una pioggia di droni e missili ha colpito la raffineria di Abqait e il giacimento di Khurai, dimezzando la produzione di grezzo saudita. I sauditi hanno mostrato i resti dei missili ed altre prove a dimostrazione che l’attacco proveniva direttamente dall’Iran. Gli Stati Uniti confermano questa tesi e Trump minaccia sanzioni economiche ancora più gravi. Ma è difficile credere che, a fronte di un attacco militare, ci possa essere una reazione di sole sanzioni economiche, che del resto gli USA hanno applicato al massimo grado e stanno strangolando l’economia di Teheran. Alla fine la spinta di Israele e Arabia Saudita potrebbe determinare gli USA a praticare una “punizione” militare all’Iran.

In questo caso, le reazioni sarebbero imprevedibili. L’Iran, anche se non ha l’atomica, ha il potenziale militare per mettere a ferro e a fuoco il Golfo Persico.

La macchina bellica ha già acceso i suoi motori: riuscirà la diplomazia internazionale a spegnerli prima che sia troppo tardi?

di Domenico Gallo

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