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Costituzione troppo buona verso i partiti 

Bisogna tornare alla Costituzione. Chissà quante volte abbiamo sentito questo monito soprattutto nell’ ultimo decennio, percorso da troppe emergenze e infiniti dubbi, anche nelle vicende e controversie più ovvie. Bene ha fatto, ieri l’altro, Ferruccio de Bortoli a tornarci con un illuminante fondo sul “Corriere della Sera” e uno scottante tema: “I partiti così poco democratici” . Stavolta, per porsi una domanda attualissima:

Se una buona formulazione, meno “spuria o reticente”, dell’articolo. 49 della Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere “con metodo democratico” a determinare la politica nazionale”, oggi ci non ci avrebbe aiutato nel pieno di una crisi post elettorale. Bisogna tornare alla Costituzione. Chissà quante volte abbiamo sentito questo monito soprattutto nell’ ultimo decennio, percorso da troppe emergenze e infiniti dubbi, anche nelle vicende e controversie più ovvie. Bene ha fatto, ieri l’altro, Ferruccio de Bortoli a tornarci con un illuminante fondo sul “Corriere della Sera” e uno scottante tema: “I partiti cosi poco democratici” .

Stavolta, per porsi una domanda attualissima: se una buona formulazione, meno “spuria o reticente”, dell’artico – lo. 49 della Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere “con metodo democratico” a determinare la politica nazionale”, oggi ci non ci avrebbe aiutato nel pieno di una crisi post elettorale. Come? Nell’aver saputo garantire a monte , ad esempio, la trasparenza dei partiti, e quindi nello svelenire gli animi, nel rendere più meditate le scelte dei cittadini. E , soprattutto, nel far maturare nelle procedure interne ai partiti, di sicuro “metodo democratico”, scelte più meditate, non legate alla personalità del capo , quando non ai loro caratteri personali. Insomma quattro aspetti dell’odierna “impasse” politica con relativi auspici di superamento di carenze, limiti, protagonismi di partiti e movimenti odierni, che dir si vogliano.

La riflessione di de Bortoli ne stimola però un’altra: diciamo di natura storica, sul fatto che la scelta, “spuria” sulla nascita dei partiti, non accompagnata da precise garanzie, fu a lungo meditata, come dimostrano i testi stenografici dei costituenti . Mentre l’Assemblea approvò l’articolo 49 con una modifica formale ininfluente l’uso definitivo di “associarsi”, dopo aver scartato, “riunirsi” e “organizzarsi ”, la Sottocommissione si interrogò a lungo su un aspetto più spinoso e importante: su cosa si dovesse intendere per “metodo democratico”. La questione era se l’espressione “con metodo democratico” dovesse avere valore esterno, riguardo alla competizione dei partiti da svolgersi con metodo democratico o se, invece, il “metodo democratico” dovesse essere affermato e esercitato anche nell’ambito della vita dei partiti, considerato come un principio imprescindibile per la struttura operativa di ogni formazione politica.

A sostenere che la espressione “con metodo democratico” si ponesse solo in “rapporto esterno e non nella vita interna dei partiti” fu in prima persona Palmiro Togliatti. Il quale, ne riportiamo fedelmente le parole, si chiese : “Domani, potrebbe svilupparsi un movimento nuovo , anarchico, per esempio. Io mi domando su quali basi si dovrebbe combatterlo? Sono del parere che bisognerebbe combatterlo sul terreno della competizione democratica , convincendo gli aderenti del movimento della falsità delle loro idee. Non si potrà negargli certo il diritto di esistere e di svilupparsi (Sic!) solo perché rinunzia al metodo democratico?” .

Alla luce dei tragici successivi eventi del nostro Paese, motivazioni del genere potrebbero apparire blasfeme, sacrileghe, oggi assistendo a taluni strappi e anche offese alla democrazia addirittura incoraggianti ma, in quei giorni lontani, ancora scossi e provati da un regime liberticida, appena debellato, anche se eccessive, forse andavano capite. Tra coloro che si opposero, però, alle tesi di Togliatti, senza inasprire il confronto, è giusto ricordarlo, ci fu anche un giovane valoroso ventiseienne parlamentare irpino, Fiorentino Sullo, firmatario di un emendamento, riassuntivo e di mediazione di “due esigenze democratiche”, nel quale si sosteneva “tutti i cittadini hanno diritto di unirsi liberamente in partiti che si uniformino “al metodo democratico” nell’organizzazione interna e nell’azione diretta alla formulazione della politica nazionale”. Ma questo, come anche un altro emendamento a sua firma sul riconoscimento giuridico dei partiti, non andarono in porto e non potevano andarvi.

La verità, dobbiamo dirlo, è che il ritorno, tanto desiderato dei partiti e della democrazia, era sentito dai costituenti, con un tale “intenso fervore di coscienza”, per usare una espressione di Calamandrei, che ogni limite, anche il più insospettabile e giusto, alla loro gestazione, apparve come un controllo indebito, addirittura un “vulnus”. Oggi a settant’anni dal varo della Costituzione, si può dire, che il valore della riconquistata libertà fu di tale portata da poter concedere anche qualche “indulgenza” ai partiti nascenti. Mai si sarebbe potuto immaginare da parte dei padri costituenti che i partiti, dopo tanti sacrifici e spargimenti di sangue, potessero combinarne di tutti i colori, arrivando addirittura, in questi giorni, a non riuscire a varare neanche un governo.

di Aldo De Francesco edito dal Quotidiano del Sud

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