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Di Guido Bossa

Eletta otto mesi fa alla guida di un partito al quale fino a poche settimane prima non era neppure iscritta, Elly Schlein ha vinto sabato scorso la sua sfida nel Pd, dimostrando di poter riunificare le due anime della principale forza di opposizione, iscritti ed elettori, che si erano in buona misura contrapposte nelle primarie di primavera. I cinquantamila riunti a piazza del Popolo, con la nomenclatura del Nazareno nel retropalco e i testimonial al microfono in rappresentanza della mitica “società civile” da riportare alla politica, erano il sigillo di un successo affatto scontato alla vigilia. Vigilia insidiata dalla corrosiva polemica del presidente della regione Campania Vincenzo De Luca che con la pubblicazione de suo “Nonostante il Pd”, si era quasi presentato come alternativa irridente alla segretaria. Ora, il colpo d’occhio di quella piazza romana che aveva visto dirigenti dei Cinque Stelle e dei vari spezzoni della sinistra affiancati al popolo piddino senza distinzione di slogan e di bandiere, non solo ha fatto giustizia dei dissensi e delle riserve del passato, ma ha dimostrato che un’alternativa è possibile e che il Pd e la sua segretaria sono legittimati a prenderne la guida. Nella consapevolezza, però, che la partita sarà durissima, l’esito non è scontato e il patto stretto ai piedi del Pincio non basterà per vincere la sfida del governo. Di strada da percorrere ce n’è ancora tanta e i tempi sono stretti perché mancano pochi mesi per misurare la consistenza delle forze in campo. A giugno del prossimo anno si vota per le Europee e il sistema proporzionale fotograferà la consistenza dei partiti, non la loro capacità di attrazione, non il “potere coalizionale”; e se nel frattempo Elly Schlein non sarà riuscita a schiodare il suo Pd dall’avaro 18- 20% di consensi che i sondaggi gli attribuiscono, le sue chance di vittoria saranno molto ridimensionate. C’è poco tempo e molto lavoro da fare: bisogna recuperare gli astenuti e i delusi, rassicurare la componente dei cattolici popolari, arruolare i giovani, dare una speranza agli emarginati, spalancare il futuro a chi ha solo speranze da coltivare. Il Pd non può limitarsi ad essere la sommatoria delle minoranze e degli emarginati, deve diventare un partito progressista moderno, inclusivo, capace di presentare un progetto convincente ad una società frammentata e litigiosa. L’intesa stabilita con la Cgil, che ha contribuito al successo della giornata dell’11 novembre non può diventare una forma di collateralismo a parti rovesciate: il Pd deve dimostrare nei fatti la possibilità di saldare diritti civili e diritti sociali, a cominciare dal diritto al lavoro. La sfida sarà difficile perché l’avversario è astuto e spregiudicato. Giorgia Meloni è generosa di promesse e abile a mascherare sconfitte e passi falsi che non sono mancati; ammicca agli evasori fiscali e liscia il pelo alla borghesia delle professioni, coniuga abilmente populismo ed egoismo delle élite in un universalismo sorretto dal megafono televisivo che spalanca illusioni a tutti. La chimera presidenzialista può anche rivelarsi un bluff, ma nel frattempo è un’insidiosa scorciatoia che attira consenso. Non basta svelare il bluff del governo, bisogna offrire un una proposta seria e credibile. Per costruire davvero un’alternativa ancora ce ne vuole.

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