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Criminalità, il procuratore Airoma: “Lotta tra clan per prendersi il controllo delle carceri”

Era il luglio del 1975 quando fu approvata la legge n. 354 contenente le Norme sull’ordinamento penitenziario. La legge penitenziaria voleva colmare una lacuna in quanto era ancora vigente il regolamento fascista nonostante quanto prescritto all’articolo 27 della Costituzione.  A50 anni dalla sua introduzione nell’ordinamento giuridico al carcere borbonico di Avellino si  discute  delle reali applicazioni, al passato, presente e futuro della pena in Italia. In occasione della ricorrenza dei 50 anni della riforma  all’ex Carcere Borbonico si è tenuto il convegno organizzata dall’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) di Avellino sull’ordinamento penitenziario (Mezzo secolo di cambiamenti: nuove prassi, nuovi diritti, nuove sfide).

” La legge dell’ordinamento penitenziario disciplina da 50 anni le misure alternative e l’esecuzione penale a 360 gradi. Si è evoluta soprattutto per tanti input legislativi. – ha spiegato il direttore dell’UEPE di Avellino, Marilena Guerriera – Non abbiamo solo il punto di riferimento della 354 del ’75, ma c’è stata l’introduzione della messa alla prova degli adulti nel 2014, ma anche la legge Cartabia. Un elemento cardine, sottolinea la dottoressa Guerriera, è proprio il legame con la comunità:«La vicinanza al territorio è imprescindibile. Lavoriamo in sinergia con il terzo settore, con le associazioni, con le cooperative, e naturalmente con le forze dell’ordine. I rapporti con il tribunale ordinario e con la procura si sono intensificati ulteriormente grazie alle novità normative, rendendo più efficace e coesa l’azione di rete».

Alla domanda se le riforme abbiano realmente migliorato i percorsi di rieducazione e reinserimento sociale, Guerriera risponde con convinzione:«Certamente. L’ampliamento della fascia di utenza ci ha consentito di sviluppare programmi di trattamento più rispondenti ai bisogni individuali. L’UEPE è un ponte tra il “dentro” e il “fuori”: essere presenti sul territorio ci permette di modellare gli interventi sulla realtà concreta di ogni individuo. E quando il programma viene costruito insieme alla persona coinvolta, l’efficacia è decisamente maggiore».

La direttrice conclude ricordando come, pur restando un punto fermo, l’ordinamento penitenziario del 1975 non abbia mai rappresentato un limite all’evoluzione del sistema:
«La legge 354 è stata innovativa all’epoca e continua a esserlo ancora oggi. Ha posto le basi per un’esecuzione penale capace di adattarsi ai cambiamenti, alle nuove esigenze sociali e agli strumenti normativi che, nel tempo, sono stati introdotti. È proprio questa capacità di evolversi che permette al sistema di rimanere efficace».

All’evento ha preso parte il procuratore di Avellino Domenico Airoma che ha evidenziato la proficua collaborazione  con l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Avellino. “È stato un ottimo rapporto.  Devo dire che ho trovato nel suo ufficio una grande disponibilità, ma anche la capacità di affrontare questioni nuove con uno spirito prospettico entusiasmante e non è cosa da poco.  Credo che  sarà un lavoro che continuerà con risultati importanti. Lo auguro”.

Poi il capo della procura irpina  si sofferma anche  sul sistema penitenziario: “Attribuire al carcere la dimensione dell’extrema ratio significa valorizzare la pena carceraria, non sminuirla . Ha anche il senso di coinvolgere nell’esecuzione esterna tanti altri soggetti, istituzionali e sociali del terzo settore, che devono essere coinvolti. È una prospettiva che sposo totalmente. Può far superare diverse criticità”.

Infine  Airoma ha ricordato gli anni alla DDA di Napoli, quando si confrontava con i Casalesi: “Sono avanti”. Lo ripete come si ribadisce una verità sedimentata. Hanno compreso da tempo l’importanza del controllo delle carceri; e infatti il carcere, per loro, non è un altrove, ma una parte del territorio da amministrare. Il controllo del circuito carcerario rientra nella spartizione geografica dei clan. Ci sono lotte e contrasti per accaparrarselo. Questo dimostra ancora una volta come non dobbiamo abbandonare l’idea secondo la quale il carcere sia in qualche modo un mondo separato e isolato rispetto al resto. Non è così, non lo è più neanche da un punto di vista criminale. Dobbiamo entrare in quest’ottica. Significa addestrare e formare, parlandone con il DAP a Roma, a questa consapevolezza”.

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Michela Della Rocca

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