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Dai disastri del mondo alle nostre storie quotidiane, Esopo e la favola delle due bisacce

di Virgilio Iandiorio

Gli ultimi eventi che hanno coinvolto la famiglia reale inglese hanno suscitato un interesse a dir poco morboso in tutto il mondo. Tutte queste esternazioni mi hanno richiamato alla memoria la favola di Esopo delle due bisacce, ripresa poi da Fedro nelle sue Favole (libro IV, 104). Scrive Esopo: Ogni uomo reca su di sé due bisacce, una davanti al petto, l’altra dietro le spalle, ciascuna delle due piena di difetti, ma quella davanti è piena dei difetti degli altri, quella dietro dei difetti propri. Per dirla con due parole: noi siamo pronti a notare i difetti degli altri, ma siamo molto abituati a ignorare quelli nostri.

La favola antica si adatta molto bene al nostro tempo, in cui osserviamo gli eventi attribuendoli a questo e a quel potente di turno, come se noi fossimo gli spettatori di un incontro di calcio in uno stadio gremitissimo.

Ascoltiamo e leggiamo sui siti Internet e guardiamo alla televisione delle disgrazie che toccano quotidianamente molte nazioni per guerre, rivoluzioni, sommosse. Ma quegli eventi rimangono distanti da noi, come se non ci riguardassero per niente.

Quanto sarebbe più importante e opportuno che noi, invece di discutere dei massimi sistemi e tirare in ballo i protagonisti dei disastri che accadono nel mondo dandone ad essi la colpa, interrogassimo la nostra coscienza. Se ci guardassimo intorno e ci soffermassimo a considerare le nostre storie quotidiane, avremmo degli atteggiamenti più responsabili anche nel giudicare quello che accade nel mondo.

Quanto sarebbe meglio dire a noi stessi che quello che non va bene nei nostri piccoli paesi sia da attribuire anche a noi, che restiamo silenziosi o facciamo finta di non sapere, di non vedere e di non sentire. Quando si tratta delle cose esterne alle nostre piccole comunità, ritroviamo vivacità, esuberanza nei giudizi con valutazioni a dir poco severe, ma quando si tratta di esprimere pareri sui fatti che accadono nei nostri piccoli paesi, si perde la verve e spesso anche la parola.

Il paese è deserto? la scuola è in restauro da anni? La scala che collega gli abitati è chiusa? Tutto tace. Come se queste cose non interessassero a nessuno dei cittadini. Meno si parla, meglio è. Mica i cittadini debbono sapere e conoscere i piani urbanistici! Basta che paghino le tasse e dei progetti riguardanti il futuro del paese non sappiano niente. Tanto a che serve sapere i fatti di un piccolo paese, basta parlare di Trump, di Israele, delle famiglie reali in disgrazia e ripetere le elucubrazioni dei cantambanchi di turno che niente dicono di importante perché niente hanno da dire.

Antonio Abati (inizi sec. XVII-1667) poeta dotato di spigliatezza e di verve, nella sua opera satirica Frascherie, edita nel 1651, scrive: I giusti Giudici non condannano chi piagne; ma chi fa piangere, come i dotti non incolpano delle tempeste i Mari, ma i venti. Chi è savio, piagne i miseri, perché piangono i mali; non piagne i mali, perché siamo lagrimati da miseri, e così non lagrima l’ingiurie della Fortuna, ma l’infirmità humana.

Seguire il consiglio dato da sant’Agostino “Non voler andare fuori, ritorna in te stesso, nell’uomo interiore abita la verità” (Augustinus, De vera religione, XXXIX,72), può diventare il vero motivo innovatore della nostra vita comunitaria. Perché significa ritrovare il gusto di sapere, di fare e di partecipare.

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