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Prigionieri della retorica di un successo elettorale che non c’è stato, i cinque stelle continuano a cercare maggioranze di governo. Chiuso, almeno per ora, il forno leghista Di Maio ha aperto quello con il PD. A condurre il gioco orchestrato dal Quirinale dopo il tentativo fallito della Casellati è adesso il Presidente della Camera Roberto Fico. Di Maio ha corretto il suo errore iniziale quel comportarsi come il Duca di Mantova nel Rigoletto: “questo o quello per me pari sono”.

Ma era del tutto evidente che Lega e Pd sono forze politiche profondamente diverse e questo sbaglio ha fatto iniziare il confronto con il piede sbagliato. Non si può offrire però lo stesso pane a chi ha gusti e sensibilità differenti. I democratici adesso sono sospesi tra chi il dialogo lo vorrebbe e chi invece non ci pensa nemmeno. A decidere se fare il partner di minoranza di un governo a cinque stelle sarà una direzione del partito convocata per la prossima settimana. E così i grandi sconfitti delle elezioni Berlusconi e Renzi tengono in scacco i vincitori. Il leader di Forza Italia ha impedito l’abbraccio tra Salvini e Di Maio e l’ex segretario dei dem è la pietra che ostacola un possibile percorso tra il PD e i cinque stelle.

In questa situazione ingarbugliata i problemi restano sullo sfondo, non affrontati ma continuamente elencati. Una risposta agli elettori va data in tempi rapidi anche perché mai come in queste elezioni dalla gente è arrivata una richiesta di cambiamento. Un rinnovamento della politica simile solo a quello che si è vissuto dopo Tangentopoli. E chi ha fatto politica dopo lo ha fatto puntando soprattutto a delegittimare l’avversario costruendo classi dirigenti fondate su presunte purezze. E tra gli episodi che segnano uno spartiacque e dividono come un intervallo la partita della politica c’è la scena delle monetine gettate addosso a Bettino Craxi. Era la sera del 30 aprile 1993, 25 anni fa. Il segretario socialista esce dall’hotel Raphael di Roma ed entra nell’auto di servizio e la folla che lo attende tira sassi, accendini, pacchetti di sigarette. Vola di tutto in quel giorno divenuto un simbolo nella storia d’Italia. La sera prima il segretario del Psi era stato “salvato” dai colleghi parlamentari: la Camera aveva infatti votato no all’autorizzazione a procedere per quattro delle sei imputazioni a suo carico chieste dalla Procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta su Mani Pulite. Comincia quella sera la fine dei partiti ed inizia la stagione dove conta l’umore della folla, reale o virtuale da social network. Non una novità per la nostra storia. In fondo a Piazzale Loreto con metodi orrendi, rispetto al Raphael, è andata in scena un’altra terribile rivolta di popolo. Bobo Craxi, il figlio di Bettino, definisce l’aggressione al padre come il grande lavacro delle monetine e Giuliano Ferrara sostiene che addosso a Craxi precipita la rabbia di una società civile che si presumeva incorrotta senza esserlo. Massimo Giannini la definisce la notte della Prima Repubblica e mette in evidenza che “dopo 25 anni un sistema collassato non è stato sostituito da molto altro. Se non dall’eclissi dell’elitè e dal rancore di un popolo in perenne e messianica attesa di un non meglio precisato cambiamento. E allora resta un dubbio: che tutta questa meravigliosa palingenesi etico-morale, questo bagno rigeneratore nelle fonti della democrazia diretta e dell’onestà-onestà, alla fine si traduca qui ed ora solo nel taglio dei vitalizi. Cioè un bel bottiglione di olio di ricino per duemila vecchietti, pur benestanti o privilegiati. Se il romanzo populista cominciato 25 anni fa con il dramma di Craxi finisce così, sai che rivoluzione”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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