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Dignità salariale, intervista a Caterina Cerroni, coordinatrice nazionale dei Giovani Democratici

Di Matteo Galasso 

Cerroni, negli ultimi trent’anni il nostro Paese è l’unico in tutta Europa – in termini di salario medio – a riscontrare una regressione,come se lo spiega?

Credo che questa regressione sia legata al moltiplicarsi di una condizione di precarietà che ha abbassato in generale i diritti e la retribuzione dei lavoratori, per cui c’è stata una crescente riduzione delle tutele e dei salari. Questo è stato dovuto all’aumento delle forme contrattuali e, poi, quando si è intervenuti su di esse, per esempio con il jobsact, non si è fatto altro che lasciarsi dietro una situazione di precarietà estrema che pesa soprattutto sulle giovani generazioni. Siamo completamente al di fuori delle griglie della contrattazione collettiva dal punto di vista dei salari e anche dalle tutele che si accompagnano a ciascuna forma di contratto indeterminato.

 

Quali sono le proposte dei Giovani Democratici?

La prima necessità è di intervenire per combattere la precarietà. È stato fatto qualcosa per limitare le possibilità di rinnovo dei contratti a tempo determinato, ma non basta. La strada principale che rappresenta la battaglia più caratterizzante dei Giovani Democratici nell’ultimo anno è di ridurre, se non eliminare, le possibilità di tirocinio e stage al di fuori del percorso di formazione: queste forme di sfruttamento più che di lavoro dei giovani e non solo rappresentano l’unico modo di entrare nel mercato del lavoro e sono non retribuite o mal retribuite. Si rileva ,inoltre, un enorme divario tra le singole regioni, per cui il minimo compenso cambia da regione a regione (il massimo è quello del Lazio, 800 euro). Una cosa da fare subito in conferenza stato-regioni è di allineare questo minimo nell’attesa di approvare una riforma che noi siamo fiduciosi di vedere realizzata entro fine anno. Ci auguriamo che vi siano decreti specifici e coperture della legge di bilancio e che venga approvata la nostra proposta a fronte di una sburocratizzazione dell’apprendistato, per incentivare le imprese ad utilizzarlo insieme alla limitazione importante di tirocinio e stage, una delle cause di precarietà.

 

Si parla ogni giorno di diritti per i giovani, ma ciò che traspare è solo una “fuga di cervelli” che non fa altro che aumentare – con il passare degli anni –ancora di più dopo la pandemia. Mancano le garanzie e le energie dei più giovani non vengono viste come potenzialità da valorizzare, ma come risorsa da sfruttare.

Sono d’accordo, siamo spesso visti come risorse da “spremere”, perché oggettivamente le competenze digitali – siamo la generazione più formata nel nostro Paese e nell’Ue – sono utili e necessarie per le imprese, ma non viene fatto un vero investimento sui giovani a causa del sistema che non permette di valorizzare le loro competenze, perché non c’è volontà di valorizzarli.

Un contributo all’immissione di nuove energie sul mercato del lavoro potrebbe essere dato dalla deurbanizzazione, un fenomeno di cui si discute molto: i lavoratori in smart-working, ad esempio, potrebbero lavorare nei territori di provenienza (Mezzogiorno e aree interne), dove spesso non vi sono molte opportunità da un punto di vista di reti professionali all’avanguardia che facciano crescere l’occupazione. Spingere a una politica di south-working, anche solo per alcuni periodi dell’anno in zone che soffrono di spopolamento, è qualcosa di molto importante, perché riporterebbe indietro ricchezza e risorse umane, oltre a consentire di creare delle reti professionali laddove non vi sia un mercato che le richieda, riportando una qualità di vita più alta rispetto alla città, ma senza rinunciare alle opportunità. Le strade aperte dalla pandemia possono riportare le opportunità laddove i giovani hanno il diritto di poter scegliere di restare senza essere costretti a trasferirsi in altre regioni se non in altri Paesi.

 

L’Italia è uno dei pochi Paesi a livello europeo in cui non è fissato un salario minimo generalizzato: se ne parla da tanto, ma non si riesce ancora a raggiungere un obiettivo fondamentale per garantire a tutti i lavoratori una retribuzione dignitosa.

Credo che, per la conformazione e per come si sviluppa il diritto del lavoro e la tutela del lavoratore del nostro Paese, sia una misura necessaria. Va raggiunto in accordo con i sindacati, i quali lottano per migliorare le condizioni di lavoro. Un altro aspetto importante del salario minimo è quello di creare un pacchetto di tutele dei lavoratori nell’ottica salariale uomo-donna.

 

Qualche giorno fa l’onorevole Gribaudo ha vinto una battaglia sulla parità salariale, con l’approvazione all’unanimità di una legge alla Camera dei Deputati finalizzata a debellare le differenze stipendiarie tra uomo e donna. Come giudica questo risultato?

È un risultato molto importante: l’Italia aveva un codice delle pari opportunità che risale al 2006 e che vincolava le imprese a presentare un rapporto sulla parità di genere al proprio interno, ma senza prevedere sanzioni. Questa è una delle misure che s’introduce, importante per modificare la cultura delle aziende e in generale per rendere le donne consapevoli dei propri diritti, facendogli comprendere che le disuguaglianze che subiscono sono un problema collettivo. Il problema esiste e la parità salariale effettivamente non è garantita o rispettata in Italia.

 

Possiamo cantare vittoria sulla riduzione del gender gap, ma non possiamo negare che il fatto che siamo riusciti a vincere questa battaglia solo nel 2021, considerando che siamo una Repubblica democratica dove tutti hanno diritto a pari opportunità.

È così ma c’è ancora un altro problema: le disuguaglianze si combattono anche alla radice. Con questo decreto correggiamo degli effetti, ma penso a un’altra battaglia da condurre: senza che vi sia un congedo parentale diverso tra uomini e donne, sarà sempre conveniente per un datore di lavoro scegliere un uomo!

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