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Donne e lavoro a un anno dall’inizio della pandemia

Di Matteo Galasso

Sono molti i personaggi, politici e non, ad essere abilissimi a dispensare parole per celebrarel’8 marzo, giornata internazionale dei diritti delle donne. Ma sono in pochi quelli che si impegnano di fatto per azzerare in modo effettivo il divario di genere, che continua a proiettarsi in ogni aspetto economico e sociale anche del nostro Paese.

Il generale senso di inettitudine e la pigrizia, oltre che la possibilità di danneggiare i propri interessi, rendono tutti abili oratori quando si tratta di denunciare una problematica, ma impediscono a chi di dovere di far proseguire coi fatti le parole. Nonostante poi la maggiore sensibilizzazione sull’argomento proprio da parte di tutte le forze politiche, poche sono ancora le proposte serie e lungimiranti che possano davvero portare, ad esempio, le donne allo stesso livello degli uomini in ambito lavorativo.

Partendo dall’attualità dell’emergenza Covid-19, che in pochi mesi ha cambiato significativamente le nostre vite, nell’analisi condotta e pubblicata di recente dall’Istat su quanti nostri connazionali hanno perso il lavoro solo nello scorso dicembre, secondo le stime il 98% riguarderebbe proprio le donne.

È inspiegabile che in un Paese dove le disuguaglianze tra i sessi sia ancora uno degli argomenti più discussi ogni giorno, il fatto che su 101 mila persone che hanno perso il posto di lavoro, 98 mila siano donne.

Analizzando piuttosto il dato complessivo dall’inizio della pandemia, che appare meno drammatico ma sempre preoccupante, su 440 mila nuovi disoccupati, 312 mila (il 70%) sono sempre donne. Inoltre, ancora sui dati del dicembre scorso, rispetto a un anno prima, l’occupazione femminile retrocede del 3,2%, quella maschile dell’1%.

Per mesi la pandemia è stata descritta come “una situazione, dove siamo tutti sulla stessa barca”, rivelandosi invece un momento storico che non ha fatto altro che accentuare le disuguaglianze di ogni genere. Ma non è stata certo l’emergenza a sviluppare questo divario: è semplicemente riemerso con più forza. Le donne, per la maggior parte impiegate nei settori che di più stanno vivendo la crisi (commercio, turismo, cultura, artigianato) oppure vincolate a contratti precari e a tempo determinato, sono state le prime vittime dei propri datori di lavoro. La cosa più drammatica è che questo enorme aumento della disoccupazione al femminile sia avvenuto nonostante il prolungato blocco dei licenziamenti. E non è finita: oltre ad aver pagato il prezzo più alto della pandemia, sempre le donne risultano essere ancora retribuite meno degli uomini per le stesse ore lavorative e a parità di esperienza nel medesimo settore. Il Gender Pay Gapmette ben in rilievo la differenza tra il salario annuale medio percepito dalle donne e dagli uomini proprio in Italia, che perde anziché guadagnare posizioni nelle classifiche globali sulle discriminazioni economiche tra i generi.

L’emergenza Covid 19 ha poi congelato il trend di crescita delle retribuzioni in ogni settore ampliando ulteriormente il divario. Ma in tutte le categorie professionali le retribuzioni degli uomini sono in media più alte di quelle delle donne. È sicuramente vero che il Pay Gap è attenuato nel momento in cui si confrontano due lavoratori laureati: infatti, solo con la laurea, a parità di esperienze lavorative, raggiunge il 5,5%, mentre per tutti gli altri titoli di studioarriva fino all’8%. Una differenza ancora troppo marcata, considerando che non avrebbe alcuna motivazione di esistere. In una società in cui a tutti dovrebbero essere realmente garantiti i medesimi diritti, sarebbe impensabile che una donna guadagni meno di un uomo solo perché“donna”. Oltre ad essere anacronistico che i datori di lavoro abbiano la possibilità di usufruire di questo strumento discriminativo per assumere una donna con le medesime competenze di un uomo pagandola di meno.

E così, come ci ricordano questi dati, è evidente che nel nostro Paese, nonostante il notevole livello di sviluppo sociale ed economico raggiunto a partire dal secondo dopoguerra, ci sia ancora molto da fare per colmare la parità di genere nel mondo del lavoro. Non sarà facile raggiungerla, ne siamo tutti consapevoli, ma evidenziarla anche in questa giornata “speciale” è fondamentale per attivare non riflessioni demagogiche ma immediate azioni concrete per una promozione del lavoro dignitoso contro tutte le diseguaglianze.

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