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E’ ancora l’Europa delle patrie

 

La distanza che separa Maastricht da Avellino è di 1660 chilometri. Due città lontane unite però dalla comune appartenenza all’Europa. Proprio nella città olandese è stato firmato nel febbraio del 1992 il trattato che ha posto le basi per la moneta unica europea. Una decisione che ha cambiato il corso della nostra storia recente e la vita di tanti cittadini compresa quella di noi irpini. Quel sogno europeo vagheggiato da Altiero Spinelli nel suo esilio nell’Isola di Ventotene durante il fascismo e ripreso da tre statisti cattolici come De Gasperi, Adenauer e Schuman non è mai diventato realtà. E’ ancora l’Europa delle patrie. Le difficoltà economiche non aiutano anzi hanno rallentato quel processo. La crisi in corso ormai da otto anni ha allargato le differenze tra i vari paesi. E i prossimi mesi saranno decisivi per capire se l’Europa del Nord e quella del Sud avranno la capacità e la voglia di continuare a collaborare insieme senza creare fratture che potrebbero rivelarsi insanabili. Il tema più spinoso in agenda riguarda al momento il futuro di Schengen cioè l’accordo di libera circolazione con i controlli alle frontiere aboliti per tutti i viaggiatori, salvo casi eccezionali. Uno spazio composto attualmente da 26 paesi che però in molti vorrebbero rivedere. Il momento chiave potrebbe arrivare in primavera quando il bel tempo intensificherà gli sbarchi di immigrati in Grecia e in Italia e allora potrebbero essere tante le nazioni tentate dalla sospensione di Schengen. Un’Europa che già oggi è dominata dalla paura e che potrebbe compiere un pericoloso e doloroso passo indietro. Non si può distruggere Schengen perché si distrugge l’Europa è il ragionamento di Renzi convinto che l’Unione può ritrovare la propria vocazione solo se respinge l’idea di costruire un insieme di egoismi. Il pericolo che non solo il premier intravede è quello di far crescere populismo e demagogia. Un rischio che il Presidente del Consiglio punta ad evitare facendo squadra con le grandi famiglie politiche europee. Per questo ha proposto da un lato di far scegliere ai cittadini il prossimo presidente dell’Unione e dall’altro stringe i rapporti con i capi di governo e con le istituzioni europee ed ha incontrato a Roma il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Obiettivo far comprendere che l’Europa senza crescita è destinata a svanire, a morire. Un tentativo di far partire dall’alto una politica diversa sia sul fronte dell’accoglienza che su quello di un fronte anti austerity. Spezzare l’asse franco -tedesco è però impresa difficile e complicata. Ma la domanda da porsi è se davvero oggi un cittadino di Maastricht o di Avellino si sente ancora europeo. L’eccesso di burocrazia e le tanti liti tra paesi indubbiamente alimentano scetticismo e perplessità. Una risposta possibile l’ha fornita qualche giorno Papa Francesco in un colloquio con il Corriere della Sera. Il Pontefice ha ribadito che l’Europa può cambiare e deve aiutare economicamente i paesi da cui provengono i profughi, affrontando una sfida che è soprattutto umanitaria. Secondo il Papa si è rotto un sistema educativo che trasmetteva i valori dai nonni ai nipoti, dai genitori ai figli e Bergoglio usa una metafora biblica paragonando il Vecchio continente a Sara, la moglie di Abramo. “Sara – ricorda il Papa – è sterile e quando ormai ha più di settant’anni, secondo gli usi di quei tempi remoti dà in moglie la sua schiava al marito perché partorisca per lei un figlio. Poi, però, miracolosamente, riesce ad averne uno a novant’anni. L’Europa – ama ripetere Francesco – è come Sara, che prima si spaventa ma poi sorride di nascosto”. La sua speranza è che l’Europa sorrida di nascosto agli immigrati.
edito dal Quotidiano del Sud

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