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Elezioni Programmi e Mezzogiorno 

Ricordate le discussioni alla Camera dei deputati sulla questione meridionale, in un’aula quasi deserta e con scarsissima partecipazione dei rappresentanti politici del Mezzogiorno? E ancora. I moniti severi nel mese di luglio della Svimez nei suoi rapporti annuali, con la denuncia sui ritardi dello sviluppo? Dimenticare tutto questo sarebbe un grave errore. Perché è qui, nelle regioni meridionali, che si gioca la partita delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. E’ qui, nel Sud, che la classe dirigente politica si gioca la partita del rinnovamento e dello sviluppo del Paese. Ed è sempre qui che l’Italia unita, sia pure con grande affanno, deve saper cogliere la grande occasione di un’alba nuova, trasformando le vocazioni territoriali del Mezzogiorno in lavoro per i giovani e affrontando la lotta all’emigrazione. Fino ad oggi hanno vinto gli slogan. Si è proceduto all’insegna delle promesse per controllare il consenso. Si è acuita, ancora di più, quella logica del trasformismo che facendo leva sul clientelismo ha fatto cadere sul Mezzogiorno l’effetto notte. Stiamo ai fatti. Per dire, commentandoli che, di questo passo, sul Sud e sulla questione meridionale, negli anni a venire, sarà confermato il generale disimpegno. Si è detto, per il passato, con un minimo di autocritica inseguendo le negatività, che il Mezzogiorno era stato cancellato dall’agenda del governo del Paese. Lo hanno denunciato, nel trascorrere degli anni, i vari schieramenti politici, dal centrosinistra al centrodestra, passando, più recentemente, per il Movimento Cinque stelle, per finire ad altre formazioni politiche, di dimensioni esigue, che nel loro logo avevano scritto un accattivante termine “Sud”. In realtà, il Mezzogiorno non solo è scomparso dal diario del fare, ma anche, tristemente almeno fino ad ora, dalla campagna elettorale che si va svolgendo per l’elezione del nuovo Parlamento il 4 marzo.

Basta dare uno sguardo ai programmi dei partiti. Spesso fotocopie di un tempo che fu. Da qui si evince, con grande nettezza, che la questione meridionale è diventata marginale. Passi pure per la Lega di Salvini che, sin dalla nascita, ha fatto dell’antimeridionalismo e dell’egoismo nordista, un cavallo di battaglia e che ora, solo per catturare consenso, si presenta nelle regioni meridionali tradendo il proprio dna, con un forte dissenso del popolo nordista. Ma le altre forze politiche che pure hanno versato lacrime ipocrite sul destino del Mezzogiorno come si dispongono verso la questione meridionale e, soprattutto, con quale bilancio? Per Berlusconi, e dunque Forza Italia, valgono le promesse fatte nel 2004, anno di discesa in campo nella politica dell’ex cavaliere di Arcore, con il mai attuato piano per il Sud. Promesse consegnate al contratto con gli italiani firmato nel salotto di Bruno Vespa, clamorosamente smentito dall’aumento della disoccupazione e la desertificazione delle aree meridionali. Anche Giorgia Meloni nel programma di Fratelli d’Italia si affida alla solita letteratura strappacuore per evidenziare i ritardi nello sviluppo del Sud, tradendo nei fatti quella vocazione della destra che nel Sud rappresentò un riferimento politico di grande impegno negli anni del dopoguerra. Nella realtà i programmi presentati dai partiti dicono molto poco di una strategia capace di far recuperare il dualismo Nord-Sud. Come sono lontani i tempi in cui con l’avvento della Cassa per il Mezzogiorno del Sud si costruivano opere infrastrutturali per una nuova dimensione meridionale. E il Partito democratico che consuma in queste ore il proprio bilancio della legislatura? E’ manchevole di proposte credibili. Eppure è qui, proprio nelle regioni meridionali, che il partito di Renzi mostrerebbe, secondo i più recenti commenti, una grande debolezza. Da partito di governo, in realtà, il Pd ha fatto poco per accreditarsi presso le popolazioni meridionali, Slogan a non finire, certo. L’illusione che con la creazione (o ripetizione) di un ministero per il Mezzogiorno si potesse dare una svolta allo sviluppo meridionale non è andata oltre l’appesantimento burocratico della situazione. Si pensi alla creazione dell’Agenzia per la coesione e ai ritradi che si sono avuti per il suo funzionamento. O alla creazione delle Zes che non sono state spiegate nel modo giusto, determinando talvolta grande confusione rispetto alle aspettative che esse hanno creato. O, ancora, al masterplan presentato come un progetto salvifico per le regioni meridionali e miseramente fallito come dimostrano i più recenti dati della Svimez che monitora i cambiamenti che si verificano nel Mezzogiorno. C’è una domanda che inquieta e non poco: perché De Vincenti, ministro per il Mezzogiorno, che era stato dato per candidato a Napoli, la più grande metropoli del Sud, è finito in una lista del centro nord? E’ forse sbagliato leggere in questa scelta la sconfessione del vertice del suo partito per come egli abbia operato nel Sud? C’è di più. La politica della defiscalizzazione e dei bonus sparati con mitragliatrice si è rivelata come azione effimera e improduttiva. Non si è arrestato il fenomeno emigratorio, non si è creato un circuito virtuoso per l’occupazione giovanile. Anche l’ultimo provvedimento “Resto al Sud” si sta consumando con la domanda: a fare che? Su questo ci sarebbe molto da scrivere, ma ancora una volta sono fatti e cifre a disegnare la verità. L’ultimo dato: era stato varato, nella scorsa estate, un provvedimento del governo che prevedeva la destinazione al Sud del 34 per cento della spesa ordinaria dello Stato. Anche su questo è caduto un deprecabile silenzio. Non v’è traccia nell’attuale dibattito politico. Ora più che mai è il caso di dire che alle parole non seguono i fatti. Ieri certamente, domani chi sa.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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