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Etica pubblica e affare Minzolini

 

Una delle cause della disaffezione dei cittadini verso la politica è la percezione, diffusa soprattutto nei giovani e negli abitanti delle periferie degradate ed insicure, che i politici si curino poco dei problemi della gente e dell’interesse generale ed sono sempre più intenti a preservare, se non addirittura a rafforzare, i propri privilegi, i sostanziosi appannaggi, le prerogative, i vitalizi e a far durare il più a lungo possibile il loro mantenimento a carico dello Stato. Gli episodi delle ultime settimane, con il voto al Senato contro la decadenza del senatore Minzolini, previsto dalla legge Severino, e le mancate dimissioni dei ministri Lotti, perché raggiunto da un avviso di garanzia per l’affare Consip, e della Madia (peraltro dimostratasi inadatta a ricoprire un ruolo così importante), per aver copiato largamente la sua tesi di dottorato, dimostrano la loro insensibilità verso i giudizi della gente comune e il disprezzo per le norme, perfino quelle del codice penale. L’ on. Violante, non nuovo ad uscite infelici, ha detto che: “La legge Severino affida alle Camere la possibilità di deliberare (…) il codice penale è diventata la Magna Charta dell’etica pubblica: si tratta di un segno di autoritarismo sul quale penso valga la pena di riflettere.”. Eppure ha esercitato il mestiere di giudice e di leggi dovrebbe intendersene! Il senatore Minzolini è stato condannato in via definitiva a due anni e mezzo di reclusione per peculato e interdetto dai pubblici uffici. Non può – tanto per capircivotare né essere eletto per il tempo della sua interdizione. Per Violante, e tutti quelli che hanno votato contro la sua decadenza, può, invece, fare le leggi. Per la giurisprudenza – quella libera e non asservita ai partiti- la decadenza è una presa d’atto automatica. Per Violante ed i suoi sodali è, invece, un’opzione. Non c’è, poi, da meravigliamo del successo crescente dei 5 Stelle. La crisi dei partiti va di pari passo con la crisi della moralità pubblica, intesa di coloro che rivestono una qualsiasi carica pubblica. L’etica, per moltissimi di costoro, si è afflosciata fin quasi a scomparire. “La discesa in campo politico dell’interesse affaristico che si fa partito e prostituisce il nome di “libertà” a indicare il disprezzo di ogni regola che possa frenare o limitare la libido di “un potere enorme” (…) è sottratto ad ogni norma di civiltà e diritto. La legislazione ridotta per troppi anni a fabbrica di decreti fatti per favorire interessi particolari, o addirittura a ritagliare la giustizia penale a misura di impunità dei prepotenti” scriveva Roberta De Monticelli nella sua (“Questione morale” – Cortina editore 2010). Gli episodi del salvataggio del senatore Minzolini e le mancate dimissioni del ministro della Repubblica, Lotti, che ha ricevuto un avviso di garanzia per la faccenda Consip e della ministra Madia, (peraltro dimostratasi inadatta a ricoprire un ruolo così importante), per aver copiato larghi brani della sua tesi di dottorato, confermano che la realtà del degrado della politica va molto al di là dell’immaginazione collettiva. Non ci riferiamo alla moralità dell’azione politica dei reggitori dello stato che, da Kant a Machiavelli fino a Croce ed a Bobbio ha interessato filosofi, politologi e sociologi, ma di quella personale che dovrebbe connotare i comportamenti dei singoli cittadini e, a maggior ragione, di coloro che rivestono cariche pubbliche, perché la politica stessa, in quanto tale, deve tendere a porsi come principio etico. L’onestà di chi svolge una qualsiasi funzione pubblica dovrebbe essere un prerequisito indispensabile. Invece, in un gran numero di casi non è così. Sono, infatti, circa un centinaio i senatori e i deputati condannati o indagati per peculato, corruzione, falso ideologico, truffa ed altri reati contro il patrimonio dello Stato che siedono indisturbati in Parlamento. E ciò risulta incomprensibile per il cittadino normale che tenta di sbarcare il lunario senza incappare nei rigori della legge, che per lui sarebbe severa ed inflessibile e sarebbe cacciato dal lavoro senza aspettare i processi che, invece, per i politici non finiscono mai o finiscono con la prescrizione. Coloro che fanno politica dovrebbero concorrere al buon governo e non al proprio tornaconto. Il Partito democratico di Renzi, che pare seguire l’esempio di Berlusconi, suo illustre predecessore che si era contornato di arrestati e di inquisiti e da una numerosa compagnia di sodali poco raccomandabili, sembra non accorgersi che, senza una vera “rottamazione” di questa vecchia “politica”, si stanno facendo ponti d’oro al M5S che si prepara, così, a conquistare il potere con qualsiasi legge elettorale.
edito dal Quotidiano del Sud

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