di Riccardo Sica
Eugenio Scorzelli rappresenta un maestro dimenticato, di cui occorre rivalutare l’enorme valore stilistico e culturale.
Con la sua opera e con la sua lezione, mantenne salda la nobile tradizione della pittura figurativa meridionale. E ciò soprattutto in un momento storico particolare (della “contestazione del ’68)” caratterizzato dai più sconvolgenti estremismi del rinnovamento avanguardistico.
Oggi in Irpinia lo ricordano soltanto in pochi, tra questi i pochi giovani allievi irpini degli anni cinquanta che lo ebbero come maestro ineguagliabile al Liceo artistico o all’Accademia di Belle Arti di Napoli, e che oggi grazie al suo magistero, sono diventati anche loro affermati artisti. Eugenio Scorzelli era famoso soprattutto come “disegnatore” eccezionale, insuperabile, virtuoso, prestigioso, amante dei dettagli e dei particolari. Anche minimi.
Rappresentava all’Accademia il filo della continuità con la tradizione del “ “verissmo” della scuola napoletana che faceva capo al Palizzi e si contrapponeva al “modernismo” di Antonio Venditti, Renato Barisani, Biase, Washimps, Del Pezzo, ecc…. L’opera di Scorzelli mantenne alto il prestigio del Liceo e dell’Accademia partenopea che si reggeva sul contrasto, proprio sul dualismo dell’”astratto geometrico” e del “verismo naturalistico”. Lo stesso Scorzelli studiò presso l’Accademia napoletana dove fu allievo di Michele Cammarano, Domenico Morelli e Filippo Palizzi, protagonisti indiscussi della tradizione figurativa ottocentesca napoletana. L’ammirazione nei confronti di Giuseppe De Nittis e l’incontro con altri artisti anche oltre confine arricchirono il suo linguaggio stilistico. Egli si dedicò per tutta la vita alla realizzazione di ritratti, paesaggi, scene popolari, vedute di città. Le sue opere sono custodite in gallerie e musei a Londra, Parigi, Bruxelles e in molte collezioni private in Italia e all’estero. Di famiglia poverissima, venne messo in collegio, ma ne veniva spesso allontanato per ritardi nei pagamenti, cosa che lo segnò nell’animo e nella salute. Uno zio, Eugenio, si prese successivamente cura di lui ed egli per riconoscenza mutò il suo nome in Eugenio, firmando cosi in futuro tutte le tele. Per studiare alla Accademia di Belle Arti di Napoli, viveva a Napoli con il padre in una vecchia casa che utilizzava da studio dove riceveva le visite di artisti napoletani quali Salvatore Di Giacomo, suo primo acquirente, Luigi Crisconio, Michele Cammarano. Sempre a Napoli incontrò e sposò Teresa Benassai, che divenne la sua musa e che gli diede un figlio, Lello Scorzelli. Al Gambrinus, il noto caffè e luogo di ritrovo degli artisti napoletani che organizzavano ivi esposizioni, Scorzelli era spesso tra gli artisti espositori più apprezzati. Con il dipinto Uscita dalla messa partecipò nel 1921 alla prima Biennale nazionale d’arte della città di Napoli Terminati gli studi, nei primi anni Venti ritornò in Argentina dove i suoi quadri riscossero vivo successo e la loro vendita gli permise la sicurezza economica che cercava per intraprendere nuovi viaggi in Europa. Le tappe del suo Grand Tour negli anni successivi lo portarono a sostare lungamente soprattutto a Londra, Parigi e in Olanda. Nel 1926 partecipò con la tela Donne che lavorano], alla Biennale di Venezia. Nel 1927 partecipò al Gruppo Flegreo della pittura napoletana.. Nel 1937 Carlo Siviero gli conferì l’incarico di assistente alla cattedra di pittura all’Accademia di Brera, mansione che ricoprì per 15 anni per poi proseguire all’accademia di Belle Arti di Napoli. Nel maggio 1940 venne chiamato ad affrescare il padiglione delle Repubbliche Marinare della Mostra d’Oltremare a Napoli, una rassegna che mirava a mettere in luce nel periodo fascista le politiche realizzate dal regime nei territori d’Africa orientale, Libia, Albania e nelle Isole italiane dell’Egeo. L’opera non sopravvisse ai bombardamenti della seconda guerra mondiale e ne è rimasta solo una riproduzione fotografica dell’epoca. Espose a Napoli, Venezia e Milano fino agli anni Quaranta. Morì mentre dipingeva il volto della moglie nel suo studio.[2] I suoi dipinti sono custoditi in gallerie e musei di tutta Europa: al palazzo Zapata di Napoli, presso la Galleria Vittoria Colonna di Napoli, presso il Conservatorio di San Pietro a Majella,[14] a Palazzo S. Giacomo a Napoli, a Londra, Parigi, Bruxelles. Una collezione di 15 dipinti di quadri dipinti dopo il 1940, donata dal figlio, è esposta alla Raccolta Lercaro di Bologna. All’interno della pittura napoletana di tradizione, Scorzella si dedicò a dipingere piccole scene di vita quotidiana, ritratti, quadri di figura, paesaggi, scene popolari, vedute urbane, facendo trasparire talvolta i segni del contatto avuto con la pittura di Giuseppe De Nittis (1846-1884) da cui rimase fortemente folgorato e ricevette l’impulso ad arricchire la sua pittura di nuova linfa.
Dopo lungo immeritato silenzio, nel 1990, nel centenario della nascita, il figlio Lello realizzò, finalmente, a Torino una mostra retrospettiva a cura di Raffaele De Grada. Ma, perché non ritorni nel buio della dimenticanza, è arrivato il momento di rievocare con opportune iniziative quest’illustre figlio del Meridione, e di farne conoscere alle nuove generazioni il valore e la fama intramontabili.
Ci scusiamo con il lettore per l’involontario errore di aver pubblicato nel numero scorso del Corriere a pagg. 37 e ss. un articolo non corrispondente al titolo: ecco l’articolo che si sarebbe dovuto pubblicare.



