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L’orizzonte del nostro paese in politica estera è sempre stato chiaro: rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e ancoraggio ben saldo nell’Unione europea che l’Italia ha contribuito a fondare. Oggi però questi due capisaldi stanno subendo una radicale modifica a partire dal rapporto con l’America.  Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è De Gasperi ad inserire il nostro Paese in una strategia di alleanze più grandi. Lo statista democristiano immagina una nazione aperta, non rigida, non chiusa e questo vale sia nella direzione delle articolazioni interne che in quelle internazionali. C’è l’idea matura di sanare in questa cornice l’angustia del nazionalismo e della terribile esperienza del fascismo da cui si veniva fuori. A gennaio del 1947 De Gasperi fa un viaggio in America che diventa la base costitutiva di un disegno che deve portare all’atlantismo il Paese e che ha come contropartita nazionale l’idea di convincere gli americani ad investire una quantità molto forte di risorse per un piano di ricostruzione dell’Italia sconvolta dalle vicende del fascismo e della guerra, il cosidetto piano Marshall. Quelle politiche di sostegno non furono isolate ma accompagnate da intellettuali ed economisti di grande respiro. Questa operazione ha delineato la modernizzazione italiana con un modello di intervento massiccio e con politiche a sostegno della crescita che De Gasperi porta a casa con grande lucidità. Si posero allora le basi del miracolo italiano, cioè di una cosa che sembrava impossibile: uscire dalla guerra e portare questo Paese ai massimi livelli di sviluppo europeo. Un risultato ottenuto grazie alla coraggiosa politica di alleanze e alla scelta del campo occidentale.  Dopo il viaggio di Gasperi molti altri ce ne sono stati e tutti i nostri Presidenti del Consiglio si sono recati a Washington. Oggi che il nostro governo ha ingaggiato una battaglia economica con la commissione europea e stravolto i nostri rapporti tradizionali attaccando la Francia di Macron e la Germania della Merkel, si fa più forte il legame con l’America di Trump. La differenza con quel viaggio di De Gasperi è però notevole. Allora c’era un paese da ricostruire e un’Europa da immaginare, oggi come ha scritto Ezio Mauro, Salvini è andato a Washington come leader in pectore dell’ultradestra europea. Insomma con un’idea non di costruire ma di rompere i vecchi equilibri europei cercando un sostegno della Casa Bianca. Insomma l’Italia di Salvini e del governo giallo-verde non cerca una sponda come fece De Gasperi ma si mette a disposizione del Presidente degli Stati Uniti.  L’idea è che al leader della Lega interessi da un lato fare la faccia feroce a Bruxelles e dall’altro confermare l’alleanza strategica con gli Stati Uniti che è in vigore da settant’anni. Ma la vera differenza con il passato sta soprattutto nel fatto che è cresciuta l’insofferenza verso l’Europa vista sempre più come vecchia elite. Il professore di Scienza Politica Maurizio Ferrera offre una sua chiave di lettura e scrive che “i partiti populisti sono comparsi e cresciuti in tutta Europa ma solo in Italia sono diventati maggioranza e hanno conquistato il governo. Fra le varie cause ce n’è una che merita particolare riflessione. Rispetto ai Paesi con cui ci confrontiamo, l’Italia ha livelli di istruzione più bassi, più lavoro autonomo tradizionale, più famiglie monoreddito e di conseguenza molte più casalinghe. Questi elementi hanno creato le condizioni per una tempesta perfetta: la maggiore vulnerabilità sociale ha generato più paura e insieme più sensibilità a messaggi politici forti e rassicuranti anche se irresponsabili”.  Il problema è però che sia le trattative a livello europeo che le ricette per uscire dalla crisi economica sono affidate al leaderismo e non ad un progetto.

di Andrea Covotta

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