“Rapporti storici con le molteplici consorterie criminali avvicendatesi nel tempo in Campania, a partire dalla “Nuova Camorra Organizzata” fino al “clan dei Casalesi”.Lo scrive la quarta sezione del Tar della Toscana, che ha respinto i due ricorsi presentati da una società appartenente ad una holding con sede in provincia di Avellino attiva nel settore immobiliare ed edile e proprietaria a Firenze di un hotel a quattro stelle. La ditta aveva impugnato l’interdittiva antimafia della prefettura di Firenze – sorta sulla base dei numerosi atti provenienti dagli uffici di carabinieri, finanza e polizia di Avellino e dalla Dia di Napoli – e il conseguente diniego di iscrizione nella white list (che contiene le imprese non soggette a rischio di infiltrazione mafiosa, operanti in settori sensibili).
Ma soprattutto, contestava il provvedimento adottato per due volte dal Comune di Firenze con il quale è stato disposto il “divieto dell’attività ricettiva alberghiera”. L’ holding avellinese operativa anche nel settore del calcestruzzo già oggetto di interdittiva antimafia, annullata dal Tar di Salerno (per cui c’è ricorso al Consiglio di Stato) raggiunta da un provvedimento con il quale il Prefetto di Firenze ha confermato una misura informativa interdittiva antimafia, in danno della stessa società alberghiera all’esito del riesame del profilo dell’applicabilità delle misure la cosiddetta collaborazione preventiva, prescritto dall’ordinanza cautelare del T.A.R. Toscana del 30 maggio 2024 e della successiva ordinanza collegiale del Consiglio di Stato del 5 luglio 2024 e un provvedimento del Comune di Firenze (Direzione Attività Economiche e Turismo) che ha disposto il divieto di prosecuzione dell’attività ricettiva alberghiera.
Come sottolineato dai legali della società, i responsabili del Gruppo non sono “mai stati indagati per reati legati alla mafia”. Anche se, si legge nella sentenza, sussiste il pericolo di infiltrazione mafiosa in considerazione della “regia familiare” sulla holding e dei “rapporti storici, continuativi e perduranti nel tempo” con le varie organizzazioni criminali, come la Nuova Camorra Organizzata, la Nuova Famiglia, il clan Clava e di Afragola, il Nuovo clan Partenio e il clan dei Casalesi.Proprio su quest’ultima organizzazione criminale, vengono citate le dichiarazioni rese recentemente dal pentito Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco Schiavone, detto ‘Sandokan’, secondo cui il gestore “degli affari economici e imprenditoriale del clan Casalesi avrebbe avviato, dal 2004 al 2010, una proficua collaborazione con gli imprenditori avellinesi” attivi anche nel settore degli inerti e del calcestruzzo. I legali della società hanno ribadito che dalle parole del pentito Schiavone non è possibile evincere “l’affiliazione o la contiguità” al clan camorristico dei Casalesi. Ma la rivalutazione degli elementi e delle nuova informative sulla società hanno portato la Prefettura di Firenze a confermare la misura interdittiva antimafia, sulla base dei ”rapporti, protrattisi per un lungo arco temporale, ad avviso della Prefettura, “sarebbero stati in genere funzionali a concordare affari tra i componenti della famiglia ….-ed esponenti di diverse consorterie criminali operanti nel territorio dell’avellinese e quindi ad attrarre le imprese dei primi entro l’orbita delle cosche criminali”.
Per i giudici toscani il consolidato “atteggiamento di dialogo e di contatto con ambienti mafiosi” è confermato più volte con “intercettazioni, passi di ordinanze giudiziarie, rapporti negoziali e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. Infine per i giudici del tribuna “appare del tutto insufficiente la misura di self-cleaning adottata, costituita dalla cessione alla madre” da parte di uno dei titolari della società “delle quote detenute nell’immobiliare” del Gruppo. Mossa che per i giudici lascia “inalterata la gestione imprenditoriale riconducibile alla famiglia”.
Nel processo si è anche costituto il ministero dell’Interno, chiedendo il rigetto dei ricorsi. Istanza che è accolta dai giudici del Tar. La sentenza del tribunale amministrativo, scrivono i giudici, deve “essere eseguita”: pertanto l’interdittiva antimafia della prefettura è fondata e in tempi brevi potrebbe scattare la chiusura dell’hotel. La società, tramite il suo legale Lorenzo Lentini, ricorrerà al Consiglio di Stato.



