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E’ un fatto assolutamente positivo che Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa Nostra, un efferato assassino, si trovi dall’altro ieri nelle patrie galere, ovvero nel suo non aristotelico ma fetido “luogo naturale”. I suoi delitti, omicidi e stragi (da Capaci e via D’Amelio, al bambino di 12 anni sciolto nell’acido, agli attentati e ai morti di Firenze e Roma), unitamente alla pratica degli affari più sporchi, suscitano sdegno e orrore perpetui. Anche lui, come Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri capi mafia, morirà in galera. Chi ridimensiona questo fatto ricordandone la lunga, trentennale latitanza e dubitando che la sua stata una cattura vera e propria e non un “teatro di pupi” per dissimulare il fatto che il padrino, ormai morente causa cancro, si stava costituendo a suo modo, svolge un ragionamento non privo di fondamento, ma che è legittimo solo dopo aver espresso grande soddisfazione per quanto è avvenuto l’altra mattina alla clinica “La Maddalena” di Palermo. Che questo funesto e feroce criminale abbia potuto vivere in Sicilia e girare liberamente per l’isola, per l’Italia e per il mondo, la dice lunga sulle protezioni e le connivenze sociali, politiche e, perché no, di apparati dello Stato, di cui ha incredibilmente goduto. E, per cortesia, non chiamiamolo “l’ultimo padrino”. Sappiamo tutti che la mafia è viva, vegeta e potente ed eleggerà, semmai previa mattanza, un altro capo della sua Cupola. Per ora ci teniamo per buona la versione della cattura frutto di intelligente e paziente lavoro di investigazione, data dal Comando dell’Arma dei Carabinieri. Resta però il fatto inquietatane che Messina Denaro sia stato arrestato senza ammanettarlo. Questo fatto strano mi fa amaramente pensare a Enzo Tortora, che, raggiunto da infami e false accuse, fu ammanettato come l’ultimo dei criminali e offerto al ludibrio dell’Italia. Perché mai questo segno di rispetto per Messina Denaro? Non so rispondere. Una cosa però la so benissimo. Come Riina e Provengano, Messina Denaro non si pentirà. Potrebbe dire cose che farebbero tremare troppi Palazzi. Ma, prima di dirle, sarebbe costretto a bere un caffè alla stricnina che, da Gaspare Pisciotta in poi, è la bevanda gratuita per le “gole profonde”. Non deve sorprendere che Giorgia Meloni meni vanto per questo colpo inferto alla mafia. Non è certo colpa sua se Messina Denaro è stato catturato dopo trent’anni di latitanza e, per lo più, quasi “in articulo mortis”. Peraltro la Presidente del Consiglio sta avendo facile gioco nel sottolineare che la latitanza trentennale del capo mafia corrisponde largamente con i governi del Pd e di centrosinistra (da Prodi a D’Alema, Ciampi, Napolitano, Renzi, Conte), che hanno fatto poco o nulla per lottare seriamente ed efficacemente la mafia. Giorgia Meloni, dopo aver reso silente omaggio alla stele di Capaci e ai suoi martiri, ha ricordato che da ragazzina ha cominciato a fare politica dopo la strage di via D’Amelio. E’ vero, ma, per dirla tutta, non si può scordare che della sua maggioranza fanno parte forze e personaggi contigui a Cosa Nostra al pari di due sposini in viaggio di nozze. E allora, prima di dire Giorgia “über alles”, ci permettiamo di chiederle: che cosa farà per far diventare l’Italia, a cominciare dalla Sicilia, un paese normale, in cui le associazioni criminali contano poco o niente, perché è un paese fondato sulla legalità, sullo Stato di diritto e sulla civiltà democratica?

di Luigi Anzalone

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