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Basta uscire di casa, immettersi nel traffico delle nostre strade (“Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade” scriveva Ungaretti in “Natale”, una poesia datata Napoli, 26 dicembre 1916), unirsi all’andirivieni di tanti che saccheggiano i negozi sgomitando come se fosse imminente una carestia o una guerra, guardare le persone che camminano frettolose cariche di borse e pacchi, avvertire il nervosismo di chi pigia la mano sul clacson, per capire che siamo in piena nevrosi natalizia. Non bastano ad attenuarla le luci che occhieggiano sui portali dei negozi o dietro le tende di un balcone, le dolci musiche natalizie di ieri o di oggi, il semplice zufolare di una zampogna che già in Pascoli (“Le ciaramelle”) faceva pensare a voci d’infanzia e induceva al pianto come se il tempo si fosse fermato. La nevrosi natalizia, che mette in moto attese esorbitanti e ci vede anche ora a impacchettare gli ultimi regali, oltre gli eccessi, mi sembra che nasca da un dato positivo come l’ombra è l’aspetto speculare della luce. Il desiderio, la voglia, la smania, la malattia, l’orgia dei regali, mi sembra di capire che nascadal fatto che il Natale è un dono: non un regalo da fare, ma “una bella cosa” da ricevere. Ricorro volentieri al giro di parole “una bella cosa” che era il modo con cui nella nostra infanzia si ricorreva, da parte dei grandi, per parafrasare il termine “dono” e “regalo”.“Se fai il bravo mamma ti compra una bella cosa!”, “Quando torna papà ti porta una bella cosa!”. Il dono veniva promesso e velato da queste tre paroline magiche che riuscivano a placare anche il bimbo più disubbidiente, a far sognare la bambina più capricciosa. A nessuno veniva in mente di chiedere, come farebbe oggi qualsiasi bambino: “Di che si tratta?”, ma tutti imboccavamo la strada della fantasia e della fiaba con colori pastello dove “una bella cosa” aveva più valore delle carte luccicanti e dei lustrini con cui oggi si impacchetta, si abbellisce, si vela e si svela un regalo. Natale, prima di diventare un’occasione per scambiarsi auguri e regali, era, e per alcuni ancora è, aprire le palme o chiudere gli occhi per ricevere in regalo GesùBambino. Certo già duemila anni fa accorsero pastori e Magi a portare doni a Gesù, a Giuseppe e Maria, ma ciò che portavano era niente rispetto a quello che ricevevano: un Dio finalmente a portata di mano, semplice, accessibile, da prendere in braccio e da cullare come ci ha insegnato, nel Settecento, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori che ha firmato “Tu scendi dalle stelle” che canteremo nella Notte Santa. È un Regalo che viene da lontano, dalla Reggia della Trinità, lo ha inviato il Padre, lo ha nascosto nel grembo di Maria lo Spirito Santo, è il Figlio diventato Bambino come ogni cucciolo d’uomo. È piccolo, ma è il Re che nasconde la sua gloria per non abbagliarti, e viene al tuo indirizzo per essere Salvatore di vite perdute. Non ti chiede prezzi, non devi essere degno e avere le mani pulite per riceverlo, non devi neppure la mancia al fattorino, è Gratis come la Grazia. Viene nella nostra notte per rischiararla come una stella cometa, viene nella nostra Irpinia sempre più verde e sempre più al verde, spopolata, tradita, terremotata, abbandonata che i nostri vescovi hanno mostrato bisognosa di tutto nel grido “Mezzanotte nel Mezzogiorno”. Viene anche quest’anno, qui e adesso, qualsiasi siano le nostre condizioni, senza condizioni, a rendere paradiso anche la più infelice delle vite. In Lui la nostra umanità è redenta, esaltata, divinizzata, eternizzata, lanciata in alto come uno sputo che diventa una stella. Stamattina ho celebrato Natale nel nostro Carcere di Bellizzi (in gergo si chiama “Istituto”, ma tutti sanno che non è un albergo stellato), non c’erano tutti i seicento detenuti “ospiti”, ma, per motivi di sicurezza, solo alcuni: guardavo i loro volti, mi affacciavo sui loro sguardi, tagliavo a fette la nostalgia di casa e la tristezza per il loro piatto vuoto “a sera da’ vigilia”, coglievo il loro stupore quando ho detto che Gesù veniva per i poveri ed essi erano invitati d’eccezione, ho colto occhi lucidi quando ho ricordato che il Salvatore è al tempo stesso giudice e avvocato difensore e che in Lui l’Avvocato prevale sempre sul Giudice. Alla fine della Messa ci siamo scambiati gli auguri, uno mi ha fatto cenno come se volesse dirmi qualcosa in privato, mi sono avvicinato, anche il Direttore si è fatto da parte: “Vi chiedo perdono” –mi ha detto–tra i denti anneriti di nicotina e malattie. Sulle prime non ho capito, poi ho messo a fuoco l’apprendista artificiere che quest’estate aveva creato panico e fiamme alla porta dell’Episcopio. “Non preoccuparti, Nelson, non ho nulla da perdonarti, piuttosto io avrei tante cose da farmi perdonare da Gesù che viene a salvare te e me! Lui non guarda la fedina penale e non ha dimestichezza con il casellario giudiziario! Buon Natale!”. Non è una bella cosa?

Arturo Aiello Vescovo di Avellino

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