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C’è aria di festa per il Corso di Avellino, le luminarie rimandano mille e mille luci, la gente è tornata in città come ogni anno perché è un rito esserci per la Festa dell’Assunta, una sorta di distintivo, di documento di appartenenza, ma il cuore lo sa: non sarà lo stesso. Mancherà, insieme ad altri segni, la Processione che è un rituale anche per i lontani, per i non credenti, il rientro in Cattedrale tra ali di folla, il lungo serpentone di oranti più o meno raccolti, più o meno distratti. Ci prepariamo ad una Solennità dell’Assunta che avrà il sapore degli anni della Guerra, la difficoltà a ripartire del periodo post-terremoto, l’aria dei tempi difficili. Eppure ci saremo. Eppure Lei ci sarà. L’ombra del Covid-19 ancora aleggia come una peste, viene come un ladro di notte, come un sogno di mezza estate in cui ci svegliamo di soprassalto in preda al terrore con il cuore che batte all’impazzata. L’urto è stato forte e ha mandato in frantumi tante cose che prima stavano in piedi, posti di lavoro, economie, relazioni, modi di vivere, connessioni. Ci ritroveremo in Piazza Libertà, il 14 e il 15 sera, come dopo il terremoto, per guardarci negli occhi, per contare i morti, per sventolare, nonostante tutto, la bandiera della speranza. È andata in frantumi anche la fede nel grande silenzio che ha agghiacciato le strade e le piazze facendoci rintanare come talpe nelle nostre case? I bambini al sopraggiungere di un temporale o nella percezione di un pericolo, si incollano al corpo della mamma che diventa casa, scudo, caverna, castello in cui trovare accoglienza. È così che ci stringeremo alla cara immagine dell’Assunta che sosterrà con noi in Piazza Libertà stasera, alle 21.00, per la Veglia di Preghiera e domani, alle 20.00, per la Messa. Viene esposta nel cuore della città di Avellino, nel suo salotto, nel luogo-simbolo dove si affacciano i Palazzi delle Istituzioni e ogni sera stazionano centinaia e centinaia di persone, dove ci si dà appuntamento, dove giocano i bambini, dove, la sera, si abbracciano i ragazzi, dove a mezzanotte si festeggiano i compleanni e le fontane scrosciano frescura e zampilli che salgono come fuochi d’artificio. Cosa le diremo? Che cosa le dirà la città? “Guardaci, Madre, e ricompatta ciò che rischia di sgretolarsi! Dona unità alle famiglie che hanno retto, ma mostrano e nascondono le cicatrici dell’urto, le sconnessure del trauma, le crepe delle relazioni costrette a stare insieme in sofferenza. Guardaci, Madre, e dona autorevolezza alle Istituzioni civili che sono allarmate di emergenze, ma non possono non essere un riferimento come la bandiera sul pennone della nave in tempo di tempesta. Guardaci, Madre, e dona alla Chiesa Diocesana, alle Parrocchie, ai Pastori, parole nuove e antiche per narrare la vicinanza di Dio in tempi in cui la preghiera sembra rimbalzare sul cielo e cadere impietosamente a terra come una supplica che sia stata respinta. Guardaci, Madre, e dona alle energie migliori della Terra Irpina, ai pensatori, ai politici, agli imprenditori, ai giovani, di confederarsi perché dalle emergenze non si esce da soli. Guardaci, Madre, con tanti figli (troppi!) sparsi nel mondo a cercare lavoro mentre i poveri bussano alle porte della città come una sorta di restituzione e noi siamo tentati di nascondere i pochi pani che abbiamo mentre solo nella condivisione saranno moltiplicati. Guardaci, Madre, in questa piazza dove si danno convegno tutte le strade, come mare in cui affluiscano i fiumi, e ridonaci la coscienza di popolo come in altri, topici, appuntamenti della storia dove, dopo una sconfitta, si è ritrovato la sapienza di ricominciare con umiltà e tenacia. Insieme. Guardaci, Madre, che siedi in trono, Assunta nella gloria, e riaccendi in noi il vigore di essere uomini e donne, cittadini, credenti o non credenti, che decidono di fare causa comune. Guardaci, Madre, ed abbi pietà di noi, dei nostri smarrimenti, dei nostri traviamenti, del nostro corto respiro, del nostro sguardo smarrito. Per costruire una nave –ci hanno insegnato- non servono da subito legna e ferro, ma ridestare in un popolo la nostalgia del mare. Guardaci, Madre, e donaci nostalgia per grandi spazi ideali, per tavoli di concertazione dove le differenze siano accolte e riconosciute come ricchezza e non come ostacolo. Guardaci, Madre, e donaci nostalgia del cielo che non ci faccia perdere la rotta, che ci rinsegni l’amore e il rispetto della terra, che ci faccia tornare a riveder le stelle: le dodici della Tua corona, quelle che stanno a guardare dall’alto, le tante che aspettano di brillare in noi. Guardaci, Madre, e benedici questa città che è tua.

Il Vescovo Arturo Aiello

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