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I diritti civili bocciati dal calendario 

Il 30 giugno di quest’anno, al termine di un dibattito acceso ma contenuto (38 minuti) il Bundestag, il parlamento tedesco, ha approvato a grande maggioranza il matrimonio gay, la legge che garantisce pari dignità alle nozze tra persone eterosessuali ed omosessuali. La Cancelliera Merkel ha votato contro, ma molti deputati del suo partito hanno detto sì, garantendo il passaggio della nuova normativa e disinnescando in questo modo una mina che avrebbe ostacolato il cammino verso la quarta vittoria elettorale della leader della Csu (in Germania si vota il 24 settembre).
Pochi giorni prima, infatti, verdi e socialdemocratici, favorevoli alle nozze paritarie, avevano dichiarato ufficialmente che non avrebbero firmato accordi di governo che non prevedessero questa riforma del regime matrimoniale. Dando, sia pure a malincuore, il via libera alla legge, la Merkel ha sostanzialmente sterilizzato un argomento da campagna elettorale della Spd, e si è tenuta le mani libere per le trattative di governo dopo le elezioni, quando sarà evidente la necessità di varare una coalizione.
La materia del contendere – le nozze gay – fa parte a pieno titolo del catalogo dei diritti civili; e allora viene naturale paragonare la vicenda tedesca a quella italiana dello ius soli, che però rivela tempi, modalità di svolgimento ed esito del tutto opposti. Da noi, la riforma che garantisce il diritto di cittadinanza ai figli nati in Italia da genitori stranieri almeno uno dei quali titolare di permesso di soggiorno di lungo periodo, è stata approvata alla Camera due anni fa (ottobre 2015) da una larghissima maggioranza (310 voti favorevoli, 66 contrari e 83 astenuti, compresi i Cinque Stelle), che rispecchiava perfettamente l’orientamento dell’opinione pubblica: un sondaggio dell’Osservatorio Demos (“la Repubblica”, 13 settembre 2017) cifrava al 72% il numero degli italiani favorevoli, nel 2015, alla cittadinanza ai figli di immigrati. Ma nel lungo passaggio della legge dalla Camera al Senato (due anni!) sono successe diverse cose che ne hanno pregiudicato la definitiva approvazione: il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 ha indebolito il governo e ne ha determinato la caduta; il nuovo esecutivo, che pure gode (sulla carta) della stessa maggioranza, ha a che fare con gruppi parlamentari che per diversa collocazione (a destra e a sinistra) rivendicato autonomia e condizionano l’attività legislativa; su queste contraddizioni si è innescata la polemica delle opposizioni, che ha avuto buon gioco nell’intimidire e spaventare un’opinione pubblica facilmente suggestionabile; e così il favore popolare verso lo ius soli si è molto assottigliato (oggi è al 52%). In teoria il Senato potrebbe ancora varare la nuova legge sulla cittadinanza, e questo resta l’impegno del governo; ma intanto il clima politico si è arroventato: siamo alla fine della legislatura e la campagna elettorale è praticamente già iniziata. Difficile che ce la si possa fare; e così una proposta che al momento del primo sì parlamentare era gradita ai due terzi dell’elettorato finirà probabilmente su un binario morto. Un fallimento che evoca diverse responsabilità. Ha pesato indubbiamente una insufficiente iniziativa culturale dei favorevoli alla riforma, incapaci di contrastare il gioco cinico di quanti hanno puntato sulla paura seminando fobie e insicurezza; ma anche la lentezza delle procedure legislativa hanno avuto il suo peso. C’è un evidente contrasto fra la rapidità decisionale di Angela Merkel e la farraginosità della nostra “navetta” parlamentare.
Questa volta il tempo (troppo) trascorso mentre una buona riforma stava a bagnomaria ha giocato contro i programmi del centrosinistra; la prossima volta, c’è da giurarlo, toccherà alla destra, se andrà al governo. Finché non si cambia metodo, a dettar legge non saranno gli elettori e gli eletti, ma il capriccio del calendario.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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