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I ritmi jazz in piazza Castello nel segno di Miles Davis & John Coltrane, tra catarsi e dimensione onirica

di Vera Mocella

La musica è come un profumo che si espande nell’aria, impalpabile ma vero, ha la capacità di trasportarci in un’altra dimensione, rarefatta e di sogno, di placare le tensioni ed i turbamenti dell’anima, e di riconnetterci con il nostro essere più profondo. Se tutto questo è vero per la musica in senso lato, assume una connotazione particolare per la musica jazz, con le sue atmosfere suadenti ed intense e la sua capacità catartica. In quest’atmosfera onirica, si è svolta la performance jazzistica che si è svolta ieri, nell’anfiteatro esterno del Cimarosa, che è voluto essere un omaggio a due grandi artisti di questo genere musicale. La serata dal titolo Tributo a Miles Davis & John Coltrane, ha visto l’esibizione del Jazz Quintet, composto da Daniele Scannapieco Sax, Antonio Scannapieco Tromba, Aldo Farias Guitar, Tommaso Scannapieco Bass e Pietro Iodice Drums. I musicisti hanno saputo trascinare gli astanti in una musica che è presto diventata ritmo dell’anima, possibilità di costruire spazi mentali di sogno, in un’atmosfera vellutata e magica. Ma come nasce questo genere musicale? Come riporta Geopop – nell’articolo “Breve storia del jazz: origine ed evoluzione del genere nato tra i neri d’America”: «Gli schiavi neri, deportati in America dall’Africa, svilupparono una tradizione di canti che eseguivano durante il lavoro (i work songs) e durante la preghiera (gli spiritual). Da questi canti derivano molti generi musicali: il blues, il gospel e, appunto, il jazz. La schiavitù fu abolita nel 1865, dopo la guerra di secessione, ma i neri d’America continuarono a portare avanti le loro tradizioni musicali, che si mescolarono con i ritmi portati in America dagli immigrati europei. New Orleans, principale centro urbano della Louisiana, dovrebbe essere il luogo d’origine del jazz: proprio lì, nel primo decennio del Novecento, era attivo Charles “Buddy” Bolden, il trombettista che è considerato il padre del nuovo genere. Dalla Louisiana, il jazz si diffuse in altre località degli Stati Uniti, compresi alcuni Stati del Nord, grazie alle migrazioni degli afroamericani che negli Stati meridionali erano sottoposti a pesanti discriminazioni, durate fino agli anni ‘60. Alcuni musicisti si trasferirono nelle città settentrionali, tra le quali Chicago che, grazie alla presenza di artisti come Louis Armstrong, divenne una sorta di capitale del jazz. Il genere, però, si affermò anche in altri centri, come New York, e iniziò a essere suonato anche da musicisti bianchi, e negli anni ’20, nacquero orchestre jazz destinate a grande successo, come quella diretta da Duke Ellington». Serata intensa ed emozionante quella del Jazz Quintet che ha riproposto, con maestria, la musica di due mostri sacri del jazz, che hanno intessuto la storia di un genere musicale che è divenuto sinonimo di eleganza e di raffinatezza.

John Coltrane è uno dei più influenti sassofonisti della storia del Jazz. Nei suoi 41 anni di vita (1926 – 1967) sembra avere svolto il lavoro che due intere vite ordinarie non basterebbero a contenere. La sua evoluzione musicale si svolge in un periodo che va dalla nascita del bebop (intorno al 1940) e procede, attraverso un percorso originalissimo, fino a metà degli anni 60′. Nella ultima fase della sua evoluzione giunge ad una trasfigurazione del linguaggio che ha affascinato schiere di studiosi, appassionati e semplici ascoltatori casuali. Nel libro di Ashley Kahn a lui dedicato, le testimonianze raccolte dall’autore ci fanno intendere come anche al di fuori del pubblico del jazz, la pubblicazione dell’album “Love Supreme” , nel 1965, produsse una eco vastissima. Mentre raccontare la vita di Miles Davis equivale a ripercorrere l’intera storia del jazz: trombettista, bandleader, compositore fra i più geniali di sempre, Davis ne è stato in prima persona uno degli artefici. Come ha risposto con la sua tipica sfrontatezza a una signora bianca ingioiellata che gli chiedeva, a un party di gala alla Casa Bianca, quali meriti potesse vantare per trovarsi lì, «Be’, ho cambiato la musica cinque o sei volte, penso sia questo che ho fatto».

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