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L’intervento di Mino Mastromarino. Il Carnevale è una cosa seria

Ovvero del dionisiaco, della fisica quantistica e del governo dell’incertezza

Di Mino Mastromarino

Il Carnevale, a dispetto della banalizzazione e della invereconda organizzazione cui è continuamente sottoposto, conserva intatta la sua importanza sociale e culturale. Forse perché rappresenta ancora una efficace interpretazione delle contraddizioni esistenziali. Ovvero – come usa dirsi oggi – una via di accesso alla complessità del reale.

Il suo fondamento risiede nel mito di Dioniso.

La visione dionisiaca del mondo – per Nietzsche – si fonda “ sul giuoco dell’ebbrezza, con il rapimento. Sono soprattutto due forze, che portano l’ingenuo uomo naturale all’oblio di sé nell’ebbrezza, ossia l’impulso primaverile e la bevanda- narcotico”. Le feste di Dioniso non solo stringono il legame tra uomo e uomo, ma riconciliano anche uomo e natura. Tutte le divisioni di casta, stabilite tra gli uomini dalla necessità e dall’arbitrio, scompaiono: lo schiavo è uomo libero, il nobile e l’uomo di basse origini si riuniscono nei medesimi cori bacchici.

Il rito carnevalesco, perciò, si caratterizza per l’esaltazione dei contrasti, degli eccessi; per la confusione e la contaminazione esasperata tra entità e soggetti differenti, sovente antagonisti. Si compie attraverso la voluttuaria infrazione delle convenzioni, delle regolarità sociali. Apre squarci nella noiosa vita ordinaria, rompendone o rovesciandone le regole. Evidenzia l’ instabilità, l’attrito. Dispone sempre al rinnovamento, al cambiamento, nel futuro. Anticipa le situazioni di crisi e indica le strade per il loro superamento.

Il dionisiaco resta dunque una chiave di comprensione dell’animo umano, presiedendone la incoercibile mutevolezza.

Giorgio Colli affermava: «perché da Dioniso faccio cominciare il discorso sulla sapienza? Con Dioniso, invero, la vita appare come sapienza, pur restando vita fremente: ecco l’arcano».

Il culto dionisiaco, quindi il Carnevale, celebra l’impossibile e l’assurdo che si inverano. Dioniso è vita e morte, gioia e dolore, estasi e spasimo, benevolenza e crudeltà, cacciatore e preda, toro e agnello, maschio e femmina, desiderio e indifferenza, giuoco e violenza.

Infatti, la contraddizione portata dal carnevalesco non è logica, è reale. Meglio, esistenziale.

Gli opposti non trovano conciliazione, ma coesistono.

Dioniso è la divinità mitologica che riunisce, anzi ricuce gli estremi. Offre una forma di sapere, o meglio di sapienza, che il pensiero separativo non può comprendere, e non può fare a meno di condannare. La vita razionale, apollinea, è rigida e immiserita da saperi che, anche nella loro eccellenza, quando vengono generalizzati, non afferrano la fluidità della vita.

Il Carnevale è insomma la ribellione alla vita ingessata, mortifera.

Ne Le Baccanti di Euripide, Dioniso irrompe come personaggio polimorfo (dapprima come uno straniero straccione, poi come un toro e infine come un dio) che piano piano porterà Penteo, re di Tebe, a perdere la sua identità in quanto colpevole di aver rifiutato, razionalmente disprezzandolo, il culto dionisiaco. Penteo finisce per essere sbranato dalla madre, alla quale il dio aveva fatto perdere la ragione. Inutile chiosare che la ottusa chiusura verso ogni cambiamento genera tragedie.

Così come nel rito carnevalesco, anche nella realtà regnano l’incertezza, l’imprevedibilità.

Nella tecnologia quantistica, ad esempio, si verifica il fenomeno analogo del cosiddetto tipping point , dove un sistema supera una soglia critica e cambia stato, senza poter tornare alla condizione precedente.

Ma si pensi al gatto di Schrödinger, il paradossale esperimento immaginato dal grande fisico austriaco sulla possibilità scientifica che un gatto collocato in ambiente subatomico fosse contemporaneamente vivo e morto. Il mito di Dioniso c’era arrivato molto prima.

Il carnevale è dunque una cosa seria. Ci aiuta a governare l’incertezza, e – soprattutto – a resistere alla tentazione di comprendere la vita servendoci del (solo) raziocinio . D’altronde, come detto dal solito Nietzsche, “ciò che si lascia dimostrare ha sempre poco valore”.

 

 

 

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