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Com’è cambiato il linguaggio della politica? Davvero si può considerare elaborazione di una comunità alloglotta – quella dei politici, appunto-separata dalla lingua ufficiale che parliamo comunemente nel nostro Paese?
Ci si scandalizza dinanzi alla frequenza di congiuntivi sbagliati e sdruccioloni grammaticali. Eppure questa precipitazione del sapere non riguarda solo la politica, ma l’intera società. La lingua, si sa, non è qualcosa che ereditiamo biologicamente, ma ci viene trasmessa per via culturale. Ed è legittimo chiedersi: sono solo i politici a stuprare l’italiano o è diventata da decenni una pratica diffusa? Io propendo ad accreditare la seconda ipotesi. Da quando la cultura è stata posta ai margini, reclusa in una riserva di autoreferenzialità, di semplice intrattenimento o di privata contemplazione estetica, ha smesso di dispensare la sua linfa vitale. Noi siamo nel pensiero come in un utero materno. E’ lì che ci nutriamo e ci sviluppiamo. E’ lì che ci vengono garantite le sostanze indispensabili e vengono eliminati l’anidride carbonica e i prodotti di rifiuto. Ecco, la politica, per crescere, ha bisogno di cultura come il feto dell’utero materno. Ha bisogno di un linguaggio elevato perché il linguaggio elevato non è un optional o una borsa griffata che fa l’abito più bello. E’ la falda freatica attraverso cui le idee erompono in sorgente, sorrette da una basilare interazione di contenuti e minerali espressivi. Quando il linguaggio della politica si impoverisce, la banalità fa evaporare il discorso e la finalizzazione pratica dei programmi forma un miscuglio omogeneo- indifferenziato in cui non distinguiamo più priorità di sviluppo e squilibri da riparare. Il linguaggio è fatto di materia: gli atomi di questa materia sono le parole. E le parole sono legate al pensiero come il terreno ai frutti. Una terra sana darà un frutto sano, una terra malata darà un frutto marcio. E non è un caso che la legge fondamentale dello Stato, la Costituzione, sia stata redatta da uomini attenti alla parola, uomini di grande cultura, tra i quali Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti e Giorgio La Pira. Le parole assomigliano un po’ a particelle in continuo movimento. Se le carichiamo troppo di aggressività, se le carichiamo troppo di vampe xenofobe o di risentimento, vanno incontro a dilatazione termica: aumentando la temperatura, aumentano di volume. E quando il linguaggio politico trasporta istanze basse, reimposta la problematica degli obiettivi in modo capovolto, la svaluta e ne fraintende il senso. La sparatoria contro gli immigrati a Macerata, è un chiaro esempio di come la propaganda razzista di certa TV e di certi personaggi politici, armi e fomenti la mano del cittadino contro lo straniero, invasore abusivo e indesiderato del nostro spazio. La cultura non è un ornamento pago di se stesso. La cultura difende la tolleranza, l’integrazione, la solidarietà. Il politico che sfregia il linguaggio, rivela grettezza. Il politico che sfregia la sintassi, la morfologia e il lessico, sfregia anche una categoria più profonda: quella dei valori che la politica è chiamata a rispettare. E’ questa la ragione per cui dobbiamo guardare con sospetto a chi non sa parlare. Stiamone pur certi: chi usa male le parole, userà male anche le azioni.

Monia Gaita

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