Di Matteo Zarrella
Per Manzoni la ricerca sulla Questione della Lingua va di pari passo con la ricerca della lingua da adottare per il romanzo dei “Promessi Sposi” che vuole storico e popolare, scritto in una lingua attaccata all’uso quotidiano delle cose, comprensibile ad una massa estesa di lettori. Perché, dice: “Tra chi parla e chi ascolta, tra chi scrive e chi legge, ci deve essere, di necessità, un linguaggio comune”. Quasi ad esercitare lo stile di una lingua scritta e parlata, Manzoni entra egli stesso ne’ I Promessi Sposi quando si ferma a dialogare coi lettori. Consulta, nella prima revisione del romanzo, negli anni dal 1824 al 1827, il Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini, il Nouveau dictionnaire francois-italien e il Vocabolario degli Accademici della Crusca, che registra l’evoluzione della lingua italiana, dalle parole greche e latine a quelle d’uso comune, ai proverbi e ai “forestierismi”.
Manzoni per avvicinare sempre più la scrittura al toscano-fiorentino e fare di una storia milanese una storia italiana, continua a rivedere, a correggere il testo, fino a decidere di trasferirsi a Firenze, soggiornarvi e confrontarsi con gli intellettuali del Circolo letterario fondato e presieduto da Giovanni Pietro Vieusseux.
Tommaso Grossi, in una lettera del 1826 a Vieusseux, lo presenta come “un uomo che dall’assenza d’ogni singolarità è reso affatto singolare e mirabile: Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l’ingegno rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco, giunge come un vezzo alle parole, che paiono essere più mature e più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono [tono] famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessione tutto ciò che a lui s’avvicina”. Così lo possiamo vedere, semplice, umanamente vero, scrollata di dosso la veste iconografica.
Eccolo, nella mattina del 15 luglio del 1827, con il suo romanzo fresco di torchio, in partenza da palazzo Belgioioso di Milano, con moglie, madre, sei figli, cinque domestici, tutti stipati, con il carico dei bagagli, in sole due carrozze. Un furioso temporale fa ribaltare una delle due carrozze e sposta i tempi del viaggio. Finalmente è a Firenze che appare mirabile al tramonto di mercoledì 29 agosto. La famiglia Manzoni trova confortevole alloggio nell’antico palazzo Gianfigliazzi, adattato ad “Albergo delle Quattro Nazioni”, che lo ricorda con una targa, apposta nel 1919, dove sono incise le sue parole: “Sulle rive di questo Arno nelle cui acque risciacquai i miei cenci”. Una affermazione ricorrente. Da Firenze manda, in data 17 settembre1827, una lettera a Tommaso Grossi per dirgli: “Ho settantun lenzuola da risciacquare”, alludendo alle settantuno pagine della “ventisettana” edizione dei “Promessi Sposi”. Quasi un anno dopo, il 16 giugno 1828, in una lettera a Giuseppe Borghi, torna a parlare di “quella tale biancheria sudicia da risciacquare un po’ in Arno”.
A Firenze, il Circolo letterario di Giovan Pietro Vieusseux gli tributa nella signorile sala del cinquecentesco Palazzo Buondelmonti, nella sera di lunedì 3 settembre 1827, un ricevimento ufficiale della durata di due ore, dalle 19 alle 21, come precisano le cronache del tempo che annotano la presenza del Viesseux, di Gaetano Cioni, di Giovanni Battista Niccolini, di Terenzio Mamiani, di Mario Pieri, di Pietro Giordani, di Gino Capponi e la presenza, straordinaria, di Giacomo Leopardi.
Ad accogliere Manzoni e suo figlio Pietro, giovedì 13 settembre, amichevolmente, senza vincoli d’etichetta, è il Granduca, già in possesso di uno dei primi esemplari del Romanzo che lo stesso Manzoni aveva provveduto a spedirgli da Milano. Un evento di cui dà notizia, in data 24 settembre, la Gazzetta di Firenze: “Trovasi da qualche giorno in questa nostra città il sig. conte Alessandro Manzoni milanese, chiarissimo Scrittore cui molto dee la poesia men che meno la prosa italiana. Egli ha seco la Madre, Figlia del celebre Beccaria, unitamente alla numerosa sua famiglia. [Si propongono] di conoscerlo da vicino e d’onorarlo, studiosi e letterati, e tutti quelli che hanno in pregio le belle qualità della mente e del cuore. Il nostro augusto Sovrano lo accolse con molta benevolenza, e lo volle a mensa”. Manzoni si avvale della guida di Gaetano Cioni e di Giovanni Battista Niccolini nell’opera di revisione del romanzo. Scrive a Tommaso Grossi: “Un’acqua come l’Arno e lavandaie come Cioni e Niccolini, fuori di qui non le trovo in nessun luogo”.
Non da meno è l’aiuto datogli da Giuseppe Borghi che s’incarica di chiosare con parole fiorentine il Vocabolario milanese-italiano. Manzoni vuole vivere la lingua fiorentina. Gira per le vie, per i lungarni, a captare la parlata schiettamente popolare, spigliata ed arguta, dei fiorentini. Nel 1869, ricordando quei tempi, parlando di sé in terza persona, nell’Appendice alla sua Relazione sull’unità della lingua, scrive: “Doveva far faccia tosta coi cortesi Fiorentini e con le gentili Fiorentine, che gli dassero nell’unghie, e domandare: si dice ancora questo, o come si dice ora? e come si direbbe quest’altro che noi esprimiamo così nel nostro dialetto?”.
Il soggiorno Fiorentino termina prima del previsto. Le donne di famiglia s’annoiano a stare a Firenze in quel settembre del 1827, caratterizzato da fastidiosa alternanza di giornate quasi estive e di giornate quasi invernali, di freddo, di vento e di pioggia. La partenza è anticipata alla mattina del primo ottobre.
Nell’autunno del 1838 Manzoni incontra a casa di suo genero Massimo D’Azeglio la fiorentina Emilia Luti, istitutrice della piccola Alessandrina. Non perde l’occasione di ospitarla, nell’estate del 1839, assieme ad Alessandrina, nella residenza estiva di Brusuglio, per avere lezioni di “fiorentino”.
Dal 17 maggio del 1841 la Luti passa, per un anno, al servizio di casa Manzoni che l’incarica di apportare postille correttive al romanzo che vien di volta in volta fatto uscire a dispense, fino al novembre del1842, dal tipografo-editore Redaelli. Manzoni riconosce, nella lettera del 30 marzo 1871 ad Alfonso Della Valle di Casanova, un miglioramento dell’ultima edizione rispetto alla precedente, dovuto, a suo dire, “non a scelte stilistiche personali, ma al raggiunto possesso di una lingua condivisa, non a delle mie alzate d’ingegno, ma ai mezzi che somministra il vocabolario di un popolo”, aggiungendo che delle “correzioni fatte alla cantafavola de’ Promessi Sposi non posso farmi bello”, dando merito “a un popolo, quello di Firenze”; preso “un tal popolo per correttore della mia cantafavola”. Il romanzo, di rapida e crescente diffusione, diviene la dimostrazione della bontà della lingua usata. Così può dire ad Alphonse de Lamartine, scrivendogli la lettera del 6 aprile 1848: “No, non c’è più differenza tra l’uomo delle Alpi e quello di Palermo”.
Ad Emilia Luti offre un libro de’ “I Promessi Sposi” con una speciale dedica: “Veramente giusti e dovuti ringraziamenti per la bontà, con la quale non s’è mai stancata di soddisfare alle mie ripetute e indiscrete domande”.
Non finisce con “I Promessi Sposi” la collaborazione della Luti. Manzoni è sempre impegnato nella formazione del “Novo Vocabolario della lingua italiana ad uso fiorentino”. Continua a consultare Emilia Luti, chiamata a postillare con parole fiorentine il Vocabolario Milanese-Italiano del Cherubini, e continua a porle domande, le solite: Come si dice questo, come si dice quest’altro.
Non si placano le dispute e le polemiche nei confronti di Manzoni per la sua caparbia volontà di assumere la lingua d’uso di Firenze a modello “rigido” di un Vocabolario valido per tutta Italia. Una soluzione contrastata, tra i tanti, da Giovanni Verga, da Giosuè Carducci, dai poeti dialettali Carlo Porta e Giuseppe Gioacchino Belli, da Vittorio Imbriani, figlio del nostro conterraneo Paolo Emilio e, particolarmente, dal glottologo Graziadio Isaia, per il quale “non si possono imporre modelli alle lingue, che sono organismi in continuo mutamento”. Il progetto del “Novo Vocabolario” rimarrà incompiuto per la sopravvenuta morte, nel 1873, di Manzoni. Sarà ripreso e portato a termine da Broglio e Giorgini ma con scarsa fortuna.
Il romanzo dei Promessi Sposi dal 1870 in poi si diffonde sempre più tra gli italiani che vi ritrovano una lingua comune e una morale comune. Nel 1888 viene adottato ufficialmente come testo scolastico, inserito a pieno titolo nei programmi ministeriali.



