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Il ruolo dello Stato torni ad essere centrale

Il crollo disastroso del ponte Morandi a Genova ha causato tante, troppe morti e giustamente l’Italia si è fermata per commemorarli. Ma l’evento ha significato anche la fine di una illusione, quella del mercato selvaggiamente libero portatore di benessere per tutti, che ha ammaliato negli ultimi decenni tutta la politica italiana (e mondiale) e in modo particolare la cosiddetta sinistra.

E non è un caso che, oggi, le forze del campo progressista siano in una crisi profonda che ne mette in dubbio la stessa sopravvivenza, non solo in Italia, ma nel mondo intero. A tutte le latitudini, infatti, i partiti di pseudo-sinistra hanno abbracciato, trent’anni fa, il verbo liberista come e meglio delle destre. Le privatizzazioni selvagge ne sono state, anche da noi, il simbolo più eclatante. Fuori lo Stato da tutto: trasporti, servizi, industria. Reagan e la Thatcher sono impalliditi, di fronte alla fede liberista delle forze “socialdemocratiche”. Il risultato: il reddito del cittadino medio è diminuito; quello della parte più ricca si è centuplicato; sono nati i populismi; sono rinati i fascismi. E  i ponti crollano …

Dopo la spaventosa crisi del 1929 tutte le nazioni del mondo occidentale, Stati Uniti in testa, misero in atto politiche di sviluppo (keynesiane, dal nome dell’economista che le aveva pensate, J. M. Keynes), guidate e finanziate dagli stati, con interventi  ed  investimenti pubblici per opere pubbliche e per creare reddito, capaci di dare decenni di benessere, di alti salari, di pensioni, di assicurazioni contro le malattie, di scuola e sanità gratuite. Molti studiosi concordano nel dire che quelle politiche salvarono il capitalismo e le moderne forme di democrazia rappresentativa.

Ebbene, quelle politiche economiche non sono scomparse soltanto dall’orizzonte politico ma dalle stesse università, dove le facoltà di economia di mezzo mondo le hanno addirittura bandite dai piani di studio. Oggi mettere in dubbio che il mercato libero crei più ricchezza per tutti è considerata una bestemmia. Ma, come è davanti agli occhi di tutti, la verità è che oggi il cittadino medio dei paesi occidentali è più povero di qualche decennio fa e questo ha dato inizio ad una fase di “confusione democratica” che non si sa bene dove condurrà. Perché si individua nel diverso e nello straniero, oltre che nel politico, la causa  dell’impoverimento complessivo e perché soffiare sul fuoco è il modo migliore per raccogliere voti, anche se così si rischia di bruciare tutto.

Non ci sono alternative: i partiti di sinistra devono anzitutto tornare a predicare e praticare politiche di redistribuzione della ricchezza, nelle quali sia centrale il ruolo dello Stato e non del mercato. Anche perché vi sono settori in cui i privati non possono sostituirsi allo Stato: l’innovazione, la cosiddetta “green economy”, i servizi alla persona, i “beni comuni”, la Scuola, la Sanità, le infrastrutture. Come, appunto, il crollo di Genova dimostra.

In secondo luogo, la sinistra deve cominciare a pensare di porre delle regole serie alla finanziarizzazione  dell’economia, al mercato selvaggio, alla speculazione, alla stessa globalizzazione.

Diversamente sarà a rischio non solo e non tanto la sua sopravvivenza (che è l’aspetto forse meno importante); non solo le prospettive di uguaglianza e di giustizia sociale, ma la stessa forma della convivenza civile che ci ha garantito, nel recente passato, condizioni di vita più favorevoli.

di Luciano Arciuolo edito dal Quotidiano del Sud

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