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L’attenzione del mondo politico è tutta concentrata sulle prossime amministrative, un test fondamentale perché vanno al voto le principali città italiane oltre ad un numero cospicuo di altri comuni. In molti però guardano anche oltre e in prospettiva soprattutto alle prossime mosse del capo del governo. L’interrogativo è cosa farà Mario Draghi. Due gli scenari possibili. Il primo è la possibile ascesa al Quirinale e scattano altre due variabili, chi potrebbe a quel punto andare a Palazzo Chigi oppure le elezioni anticipate, ipotesi vista con terrore da buona parte del Parlamento. Il secondo scenario è la permanenza di Draghi al governo fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023. In questo caso però c’è chi ha cominciato a lavorare per un prolungamento dell’esecutivo Draghi anche dopo il voto. Centrale è la legge elettorale che non è mai argomento facile da affrontare e che interessa pochissimo all’opinione pubblica mentre invece è determinante per gli assetti futuri del nostro Parlamento e dunque del governo. Il sistema elettorale attuale offre parecchie chance di vittoria alla coalizione più votata ma non è detto che quest’effetto sia sufficiente a far ottenere a chi vince la maggioranza assoluta dei seggi nelle due camere. E’ successo nel 2018 quando si è formata in Parlamento una maggioranza che non si era presentata davanti agli elettori come quella tra Cinque Stelle e Lega e poi la legislatura ha visto altre due coalizioni: una tra il movimento grillino e il PD e oggi una maggioranza larghissima a sostegno di Draghi. Un grande conoscitore di sistemi elettorali come il politologo Roberto D’Alimonte si è spinto ad ipotizzare un governo nel quale PD e Lega collaborano ancora insieme, una sorta di grande centro all’italiana. Certo – dice D’Alimonte – tutto sarebbe più facile se non ci fosse il Rosatellum di mezzo, con un bel proporzionale questa prospettiva sarebbe un po’ più realistica di quanto appare adesso. Ma appunto sul fronte elettorale tutto tace e la storia recente insegna che solo quando la legislatura volgerà al termine si parlerà di modificare il sistema. Restano dunque sul tavolo della politica le intenzioni di Draghi e quanto la sua personalità sia oggi in grado di cambiare un quadro che appare inchiodato ad un bipolarismo di facciata. Le divisioni interne nel centrodestra e la poca coesione tra Pd e Cinque Stelle sono sotto gli occhi di tutti e però ribaltare questa situazione appare oggi molto difficile. Nel suo discorso al Parlamento subito dopo la sua nomina a primo ministro Mario Draghi disse “quello che ho l’onore di presiedere è semplicemente il governo del paese, in cui nessuno fa un passo indietro ma un passo avanti nel rispondere alle necessità dell’Italia”.  Unico politico citato, fu Cavour un “costruttore dello Stato e di una nazione da unire”. A distanza di qualche mese la statura politica di Draghi è cresciuta e dunque spetta fondamentalmente a lui il compito di far superare al Paese quelle ataviche fragilità che la doppia crisi sanitaria ed economica ha drammaticamente squadernato. Occorre, insomma, una radicale discontinuità rispetto al passato non solo quello recente ma anche a quando è nata la cosidetta seconda Repubblica. Il mandato di Draghi avrà un senso non solo nella gestione dei fondi europei ma soprattutto se riuscirà ad assicurare alla politica un recupero della sua funzione più alta richiamandola ad una rifondazione profonda che deve basarsi sulla competenza e non sulla tecnica degli effetti speciali e delle promesse mirabolanti. Siamo in una situazione simile al dopoguerra e come allora i partiti di governo e le forze di opposizione sono chiamate ad un salto di qualità, a ritrovare il senso di una missione comune.

di Andrea Covotta

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