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Di Bassolino mi ha sempre colpito il suo essere indomito anche di fronte a imprevedibili tempeste. Da sempre, da quando ahimè non eravamo così canuti entrambi. A lui mi lega un percorso straordinario dei tempi andati e tuttavia di grande attualità: la forte passione e le lotte per la rinascita del Mezzogiorno, l’amore per le zone interne, la comune amicizia e solidarietà con padre Pio Falcolini, prete scomodo, ma di straordinaria passione civile. Antonio Bassolino è meridionalista nell’animo e nell’azione. Lo ricordo a Bari, anni fa, in uno dei tanti convegni, lui responsabile del Pci per il Sud espose le sue tesi per la rinascita di questa vasta area del Paese spesso illusa e dimenticata, se non per essere utilizzata per qualche fine diverso dalla sua crescita. Erano talmente convincenti i suoi ragionamenti che quel popolo rosso ascoltandolo andò in vero visibilio. Bassolino è stato il primo governatore delle regioni del Mezzogiorno a tentare di elaborare un progetto ampio per una politica meridionalista oltre i confini geografici, nell’interesse di un territorio ricco di storia e di risorse umane. Dopo di lui i governatori hanno parlato e agito con una visione assai più ristretta, riducendo il valore dell’unità regionale a interesse di piccola bottega, con annesso fiorente clientelismo. Non meno esaltante è stato il suo rapporto con i contadini delle zone interne dell’Alta Irpinia quando, da segretario della federazione di Avellino del Pci, recuperò il valore delle lotte per l’occupazione delle terre, diventando per quelle comunità un personaggio ancora oggi molto amato, per certi aspetti quasi un “amico di famiglia”, di una famiglia collettività. Oggi la politica per lo sviluppo delle zone interne appare molto lontana da quella messa in campo da lui quando ha ricoperto il ruolo di presidente della Regione Campania. Della sua Napoli, del sindaco che ha avviato la vera rivoluzione culturale napoletana, è stato detto di tutto e di più. Meno noto è, invece, il suo rapporto con Pio Falcolini, un frate anticipatore di quel desiderio di rinnovamento nato con il Concilo Vaticano II.
Li accomunava uno stesso sentimento: schierarsi dalla parte degli ultimi. Non solo: una grande passione per una politica del pensiero che si potesse tradurre in fatti. Perché, cari lettori, ho avvertito proprio oggi la necessità, direi il dovere morale, di parlare di Antonio Bassolino? Il desiderio si è imposto leggendo quanto è stato scritto su di lui dopo la ben diciottesima assoluzione da processi a suo carico. Ha pazientato nell’attesa delle sentenze, convinto in cuor suo, di aver agito nell’interesse della propria regione e dei cittadini della Campania. Lascio da parte le decine di commenti ipocriti di chi, in questi suoi anni di amarezza e solitudine, oggi tardivamente ne riscopre il valore. Il mondo, purtroppo, gira anche così. Mi rincuorano invece i suoi proponimenti consegnati in una intervista a Repubblica. Dice Antonio Bassolino, sollecitato a parlare del suo futuro: “Resto un militante, voglio fare la mia parte. E abbiamo una salita durissima da fare, peggio delle mie amatissime Dolomiti … Possibile che una discussione, laica, forte, non sia aperta? Congressi veri dal Pd a Leu. Subito perché non finisca davvero. Per ridare una speranza”. Rieccolo, allora. Con la sua verve, con la sua passione, con la sua voglia di ripartire dalla politica morta. Quella stessa politica che inquina il tempo che ci è dato vivere e per la quale vale la pena di impegnarsi con spirito critico sì, ma costruttivo. È vero, come afferma il suo vice sindaco della Napoli del miracolo, Riccardo Marone, che “Bassolino era un leader, fu distrutto soltanto per far posto a mezze figure”. O ancora che la sua vicenda si configura, come ha scritto Enzo d’Errico, direttore del Corriere del Mezzogiorno, al pari di “un omicidio politico di un leader”. Guido Dorso, di cui Bassolino è grande estimatore, avrebbe detto: ruit hora. E’ questa l’ora di agire.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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