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Il vero messaggio del Palio

 

Placate le polemiche sul tono minore del ferragosto avellinese, con maggiore serenità di giudizio è più agevole tentare una riflessione su qualche evento significativo che ha contrassegnato l’estate. Si tratta dell’edizione 2016 del "Palio della Botte" lungo Corso Umberto I. Un primo ed importante riconoscimento agli organizzatori – coordinati dal dinamico Don Emilio Carbone, parroco della Chiesa Santa Maria di Costantinopoli – è quello di aver concretamente dimostrato che il tessuto socioculturale della comunità avellinese è ancora vivo. Capace di aggregarsi intorno ad iniziative legate a valori storici, umani e tradizionali condivisi e vissuti volontariamente, senza interessi e strumentalizzazioni. A tal proposito non è stata casuale la presenza attiva di associazioni di volontariato che visibilmente hanno animato lo svolgimento dell’articolato programma dell’evento. Non è stata, altresì, casuale la totale assenza degli amministratori e sedicenti dirigenti politici, probabilmente più impegnati a vivere altrove esperienze balneari, lontani dal momento forte vissuto da quella comunità di cui spesso osano far riferimento, nello squallido e demagogico richiamo di bisogni della stessa. La presenza, invece, di oltre duecentocinquanta bambini, molti adolescenti, mamme, papà, nonni – tutti insieme – a vivere un gioioso momento di festoso protagonismo, con precisi riferimenti storici e socioculturali, dimostra che sono ancora vive le famiglie delle varie contrade partecipanti, che è presente il bisogno di mettersi insieme, di collaborare con la propria parrocchia e con il proprio parroco, di dedicare una cospicua parte del proprio tempo libero nella impegnativa fase preparatoria, durante quasi tutto l’anno che intercorre tra le consecutive edizioni della manifestazione. Tutto questo dinamismo associativo, nonostante i ben noti e perduranti momenti di crisi, dimostra che nell’animo popolare della nostra comunità cittadina, è vivo e presente il desiderio di "cooperare con gli altri" quando ne vale la pena, animati da valori credibili e condivisi. Nuova solidarietà, dunque, che fa concreta memoria della solidarietà antica e rappresentata dalla gabbia di ferro (Gabbia della restituzione) dove si conservavano i pegni del Monte di Pietà fondato in Avellino il 29 novembre 1583, attiguo alla Chiesa di Costantinopoli per aiutare i poveri. Una comunità che si mobilita, con l’intero nucleo familiare – quello tradizionale che ha sfidato nei secoli guerre, pestilenze e carestie – protagonista come autentico soggetto sociale e politico, si riscopre ancora capace di lottare contro il fanatismo e la rassegnazione, contro il dogmatismo e l’immobilità degli ordini costitutivi del pensiero, della scienza e dell’organizzazione sociale. Parlando con alcuni protagonisti della rievocazione, ho modestamente percepito che la vera comunità è autentica espressione di convivenza confidenziale intima, esclusiva che spesso non riesce s sintonizzarsi con la società attuale che spesso si rivela, come luogo di persone che stanno insieme solo per interesse, ma che sono fondamentalmente separate: probabilmente questo è il vero messaggio che ci consegna il "Palio della Botte".
edito dal Quotidiano del Sud

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