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La partita delle amministrative vale per tutti ma se nel centrodestra è difficile mettere in discussione oggi la leadership di Salvini, Meloni o dell’eterno Berlusconi, diversa è la situazione per PD e Movimento Cinque Stelle. Enrico Letta e Giuseppe Conte sostengono entrambi il governo Draghi ma non è stata una scelta facile. Per una larga parte dei democratici proprio Conte era stato investito come il possibile leader di una coalizione di centrosinistra e l’attuale capo dei Cinque Stelle vive con un po’ di fastidio la sua uscita da Palazzo Chigi. Ufficialmente dunque tutti compatti nel sostegno all’esecutivo ma il voto di ottobre resta determinante per l’equilibrio futuro.  Letta e Conte viaggiano in tandem in alcune città e divisi in altre e hanno bisogno di tempo per rinvigorire i rispettivi partiti, ma il tempo è regolato e regalato dai prossimi risultati elettorali. I sondaggi al momento danno buoni responsi, ma sarà il campo a decretare vincitori e vinti. Il test più probante per PD e Cinque Stelle è quello di Napoli dove l’ex ministro Gaetano Manfredi incarna la sintesi tra le due forze politiche e sperimenta quella coalizione giallorossa che resta l’obiettivo per le future elezioni politiche soprattutto se non cambierà la legge elettorale. Identica convergenza anche a Bologna dove i Cinque Stelle appoggiano Matteo Lepore vincitore delle primarie del centrosinistra e in Calabria dove è stata scelta Amalia Bruni, direttrice del centro regionale di neuro-genetica. La traiettoria, dunque, è l’alleanza con il PD e altro tassello determinante è la partita di Siena dove Letta corre per le suppletive alla Camera e veste i panni del ricucitore di tutto ciò che è – o dovrebbe essere – alternativo alla destra, si muove e ragiona in una logica che è la più larga possibile nonostante i malumori del partito di Renzi. Lui spiega che si è candidato in un collegio che non è blindato ma lo ha fatto per ritrovare un profondo e diretto rapporto con le persone, che è il sale della politica e che forse gli anni di Parigi gli avevano fatto perdere. L’idea politica che Enrico Letta intende percorrere guarda alla stagione dell’Ulivo di Romano Prodi, cioè guarda alla ricostruzione di una comunità che nel tempo si è slabbrata e che ha bisogno di una nuova partecipazione, di ripartire dal “basso” incrociando culture diverse e costruendo una vera alternanza con la destra e per questo è importante la coalizione. Il rischio è di rivolgersi al passato, a venticinque anni fa, questo amarcord non deve però odorare di nostalgia ma crescere senza fretta, in modo graduale, innovando fin dove è possibile nell’ambito di solidi ancoraggi di storia e valori. Insomma, come ha scritto Alessandro De Angelis su Huffington Post “l’anima e il cacciavite, perché la ricerca dell’anima senza cacciavite è pratica esoterica, e il cacciavite senz’anima è mera manutenzione. Questo il paradigma, in fondo rassicurante, anche in una situazione in cui, volendo, il neo segretario, chiamato a salvare il salvabile prima che sia troppo tardi, avrebbe potuto usare il lanciafiamme di fronte al collasso del Pd dopo nascita del governo Draghi, alla traumatica denuncia del segretario uscente, dimessosi provando “vergogna” per un partito dedito solo a discettare di poltrone e incarichi, di fronte cioè alla crisi della sinistra senza un’identità, che non sia il governo di turno e senza popolo, con l’urgenza di ritrovarlo e di riscoprirlo proprio nel momento in cui la crisi più devastante del dopoguerra lo muta anche morfologicamente”. L’affidabilità di Letta è quella di ricorrere ad una consolidata cultura di governo e la vera sida sarà farla sposare con i Cinque Stelle che al governo ci sono arrivati sull’onda dell’anti-politica.

di Andrea Covotta

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