Martedì, 3 Novembre 2026
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Nonostante le caute affermazioni di Gentiloni -” entro la legislatura risolveremo lo ius soli” – il dibattito, a livello parlamentare e all’interno della pubblica opinione, continua ad essere dominato dalla nuova legge elettorale. La questione della ius soli, certamente secondaria rispetto alle drammatiche emergenze socioeconomiche del Paese, sul piano della pregnanza della universale tradizione giuridica italiana assume una rilevanza da non trascurare.

Frattanto molto interesse ha suscitato l’appello di Eraldo Affinati, scrittore e promotore della scuola Penny Wirton – scuola di insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti che da gennaio prossimo trasmetterà su TV2000 dieci puntate tematiche – promuoverà con, la contestuale raccolta di firma, il sostegno del varo di un provvedimento legislativo non più rinviabile, a fronte della presenza degli oltre 800 mila bambini e ragazzi figli di emigranti che, pur frequentando la scuola con i compagni italiani, non sono cittadini italiani. Sulla dibattuta questione, a parte la forte radicazione giuridica nel diritto romano, non è casuale che, l’appello provenga reiteratamente dalla scuola, dalla tanto invocata “scuola buona”.

La prima riflessione a sostegno della soluzione positiva del problema riguarda il paradosso che – proprio nella scuola – viene condotto un percorso educativo per la “cittadinanza e Costituzione”, seguendo le indicazioni nazionali del curricolo – sancita da una legge dello Stato- sapendo bene che molti dei destinatari dell’intervento non avranno né cittadinanza, né diritto di voto. Se gli operatori scolastici vanno in questa direzione, la politica, o meglio il teatrino della politica italiana, va nella direzione opposta: questa dicotomia si rivelerà deleteria per la crescita sociale ed umana delle future generazioni. Non sarà certamente la recente abolizione del voto in condotta a promuovere e sostenere la buona scuola come autentica comunità educante, per formare capaci e responsabili futuri cittadini. Se i sedicenti rappresentanti politici delle nostre comunità continueranno a coltivare miseramente i personali interessi e la propria autoreferenzialità, la ripetuta ed urgente esigenza di ricostruire – su basi valoriali e progettuali – l’attuale e consunto tessuto comunitario, ancora una volta, si rivelerà odiosa e triste demagogia.

In ordine a questa amara constatazione sono eloquenti le affermazioni di Alfano, Lupi e Lorenzin secondo i quali lo ius soli è «una cosa giusta fatta in un momento sbagliato perché può diventare un favore alla Lega». La storia e il comune buon senso hanno insegnato, e insegnano che per fare una cosa giusta è sempre il momento e che non può essere rimandati da squallidi opportunismi per la raccolta di un consenso occasionale e non frutto di una opzione interiore e civile.

Credo che gli elettori italiani, anziché scegliere la facile via del populismo, dovrebbero alzare la voce per promuovere battaglie di civiltà, di valori etici universali, di rispetto profondo e costante del valore persona, al di là del colore della pelle o della condizione economica e sociale, secondo il nostro dettato costituzionale.

Quando sommessamente affermo che la storia insegna mi riferisco ai momenti storici dell’emigrazione italiana in America, nel Brasile, nel Venezuela, in Germania e altrove, dove i nostri progenitori sono stati integrati pienamente fino a diventare amministratori di grandi città o docenti apprezzati nelle migliori università.

Nella nostra bella Italia attecchiscono ancora anacronistici discorsi in difesa di una identità nazionale, malintesa e strumentalizzata, perché la solidarietà, l’integrazione e lo sviluppo integrale della persona costituiscono i fondamenti di principio e di progetto della nostra comunità nazionale.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud

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