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La marcia su Roma sarebbe stata tra due giorni, cent’anni fa. E la salita al potere di Benito Mussolini – complice la monarchia – fu cosa fatta insieme alla instaurazione della dittatura. Trionfava il fascismo che avrebbe fatto scuola alla Germania, all’Europa e nel mondo. La storia si ripete con un ricorso vichiano di lugubre stampo,  in questo martedì di un autunno che non viene a causa del disastro climatico? Non direi per una questione di forma e di sostanza, ma un fatto epocale è accaduto. La questione di forma è nel tono civile e dialogante del discorso della neopresidente del Consiglio Giorgia Meloni. Tutt’altro che un’arrogante arringa a un parlamento paragonato  a un’“aula sorda e grigia”, minacciata di  essere ridotta “a un bivacco di manipoli”. Eppure il tono di fondo dell’ora e quarto in cui Giorgia presidente ha parlato, con parole e concetti di non modesta abilità dialettica e con frasi ad effetto, sapeva non poco di discorso alla nazione italiana chiamata a farsi parte attiva  di quest’era nuova che la destra annuncia. Non scordiamolo: è  la prima volta che la destra assume la guida del governo dal 25 aprile 1945. Le è bastata una bottiglia di acqua minerale di Fiuggi, di quel così modesto quanto esaltato convegno, per  rinnegare il fascismo ed essere accreditata come democratica.  Al PCI, invece, le tante revisioni e la rottura con l’URSS e la credibilità democratica di Berlinguer  non sono bastate per esprimere un presidente del Consiglio. E il governo D’Alema (21 ottobre 1998-18 dicembre 1999)?, si potrebbe obiettare. Con quella congiura anti-Prodi da cui nacque somiglia non a una svolta politica, ma a una specie di sortita  di frodo nell’alcova padronale, come quella del palafreniere del re longobardo Agilulfo, complice la regale consorte.

       Il programma della Meloni è quello tipico della destra. Non privo di una qualche sensibilità sociale, a patto di ribadire la struttura classista della società.  Occorre però riconoscere che quella di cui Giorgia Meloni è autrice, da donna che si è fatta da sé, è quasi un’opera d’arte. Favorita, anche questo bisogna dire, dal fatto che il suo maggiore antagonista, il Partito Democratico, preteso erede di Berlinguer, non era più il partito dei lavoratori, di chi meno ha e non era neanche in grado  di parlare  di “questione morale” o di lotta alla mafia. (Che la Meloni ha assunto come un punto qualificante  del suo programma. Siamo con lei, ci chiediamo solo: lo sono anche i suoi alleati dellutriani?). Ma il peggio del Pd e, perché no, delle nostre femministe non è questo. Ditemi voi: era proprio il caso di far sì che la destra, Meloni in testa, facesse suo, con il suo gergo oscurantista, la difesa delle famiglia, della natalità, del diritto alla vita? Credo io che la prima battaglia di sinistra  è quella di difendere le donne che mettono al mondo figli senza farle licenziare. Alla fin, fine, l’umanità non si riproduce con l’utero in affitto. E vorrei dire a Landini, che si scandalizza contro la scuola che promuove il merito, che l’indimenticabile Giuseppe Di Vittorio diceva: “Dopo la scuola dell’obbligo, l’ignoranza è facoltativa”. E così,  abbiamo la destra che si civilizza e si umanizza acquisendo le sembianze di una donna, che è antifemminista, ma ragiona come buona parte delle donne italiane e ne  capisce i problemi e gli affanni. Quella donna ha il volto di Giorgia Meloni. Che saprà fare? Lo vedremo.

di Luigi Anzalone

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