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“La forza sia con te”: il diario di guerra che restituisce voce ai bambini dell’Ucraina

Di Vincenzo Fiore

«La forza sia con te», non è soltanto una frase, una citazione di un film famoso, ma è un appiglio, un respiro trattenuto tra un’esplosione e l’altra, un frammento di luce nel buio. È il messaggio che arriva dagli alert, quelli che annunciano che il pericolo è vicino, che una bomba potrebbe far saltare tutto da un momento all’altro. Ed è proprio lì, nel luogo della paura, che nasce un paradosso potente: una formula di incoraggiamento diventa rituale quotidiano, quasi una preghiera laica. Per Andrea Iacomini, quella frase si trasforma in un mantra, «una sorta di benedizione di ogni cessato allarme», quando quel messaggio torna ad arrivare: tutto è finito, per il momento. Un sollievo breve, fragile, che non cancella il rumore delle sirene ma lo attraversa. Perché in guerra anche il silenzio pesa, e ogni pausa è solo un intervallo tra due paure.

Quello di Iacomini è un diario che non si limita a raccontare: accompagna. Una cronaca, pubblicata da People nel 2025, che entra nei luoghi feriti dell’Ucraina con delicatezza, come le note esitanti di un bambino che sfiora i tasti di un pianoforte verticale nello scompartimento di un treno. Un’immagine che resta impressa, quasi sospesa, mentre fuori scorre un Paese spezzato. Iacomini osserva, ascolta, raccoglie. E nel farlo condivide. Perché la sua è una testimonianza «compassionevole» nel senso più autentico del termine: un soffrire insieme. Non c’è distanza tra chi racconta e chi vive il dramma. C’è partecipazione, coinvolgimento, un dolore che diventa comune e che spinge ad agire. Lo sguardo è quello di un padre, prima ancora che di un portavoce dell’UNICEF, uno sguardo che cerca, ostinatamente, di portare ai bambini un’idea rivoluzionaria: che il mondo, nonostante tutto, possa ancora essere cambiato.

L’Ucraina che emerge dalle sue parole è fatta di contrasti violenti: da una parte il grigio opprimente dei rifugi, delle macerie, delle città colpite; dall’altra i colori vivi delle colline, del grano che continua a crescere, dei fiori esposti nelle bancarelle di Mykolaïv. Mykolaïv è una città sospesa, quasi irreale: i fiori non aspettano soltanto le mani di chi è rimasto – nonne, madri, sorelle – ma sembrano attendere soprattutto chi deve ancora tornare, o chi forse non tornerà più. È in questa attesa silenziosa che si concentra tutta la drammaticità della guerra, l’assenza che diventa presenza quotidiana. Il viaggio attraversa il Paese da un capo all’altro, segnando incontri, volti, storie di bambini e ragazzi che vivono tra sirene e rifugi ma continuano a cercare uno spazio di normalità. E allora anche un gesto semplice, la distribuzione di uno zaino con materiali scolastici, assume un valore immenso: non è solo aiuto, è «Resistenza». Quegli zaini diventano simboli, a volte più necessari persino dei kit di sopravvivenza, perché contengono la possibilità di immaginare un futuro.

La scuola, in questo scenario, si trasforma in un imperativo categorico: si studia ovunque, negli edifici ancora in piedi, nei bunker, nelle stazioni, online quando possibile. Non importa dove, importa continuare, perché è lì che si costruiscono gli «uomini nuovi», gli uomini del futuro. E questi uomini dovranno parlare una lingua diversa, un lessico capace di opporsi al «thanatos», alla cultura della morte che la guerra impone, un linguaggio fatto di parole che curano e ricostruiscono. Valdomir, Katrina, Anastasia, Nykola: nomi che diventano simboli universali, bambini che oggi vivono il trauma, ma che dovrebbero avere il diritto di vivere sogni semplici, non sognare di dormire senza paura, ma sognare e basta. Osservare tutto questo con i propri occhi significa portarsi addosso il peso della realtà: non è più un racconto distante, ma il rumore secco delle esplosioni, la tensione nei volti, il silenzio carico di chi aspetta. È la consapevolezza che la guerra non distrugge solo città, ma ridefinisce il tempo e spezza le traiettorie della vita. Eppure, proprio dentro questa devastazione, resiste qualcosa, una forza fragile ma ostinata: quella evocata da un messaggio nato per segnalare il pericolo e diventato invece una promessa: «la forza sia con te».

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