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La fuga dai paesi e il rito del ritorno

Dalle alture dell’Irpinia, in queste tiepide serate d’agosto, i fuochi fatui delle feste di paesi che all’improvviso sembrano come ripopolati, sono lí a perpetuare il rito pagano che vorrebbe scongiurare l’incipiente allungarsi delle ore di buio.

di fatti, gli stessi borghi che appaiono rigenerati dalla presenza nei propri vicoli di nuovi e vecchi spettatori, per lo piú gente di emigrazione, per il resto dell’anno sono paesi-fantasma, dall’atmosfera quasi spettrale, buia. In veritá, neanche i ritorni sono piú quelli di qualche anno fa. Nemmeno nel periodo estivo i paesi si riempiono. Quella che sembra essere rimasta immutata é la scenografia che di anno in anno viene allestita per ambientare la stessa “storia”. Tra feste e festival, ricorrenze tra sacro e profano, e spettacoli di vario genere si recita il solito copione, si consuma la liturgia celebrativa di ogni estate. La fenomenologia paesologica si é fatta cogliere impreparata. Non ha colto una metamorfosi indicativa del tempo presente. I paesi sono vuoti anche in quella che una volta era la stagione dei ritorni per antonomasia. E sono stati svuotati anche da chi li vorrebbe riempire di luci per pochi giorni, spegnendo i riflettori sulla desolante condizione esistenziale che queste comunitá vivono con colpevole rassegnazione per il resto dell’anno. Non si tratta semplicemente di spopolamento. La fuga ha le fattezze di un lucido abbandono. Il rischio é la dissoluzione. Con la resa definitiva di questa parte di Appennino che subisce lo smottamento finale della sua storia. Tra disincanto e rassegnazione, a dispetto di suggestive attribuzioni toponomastiche, questi luoghi, che ora si vuole far andare sotto il nome di Irpinia d’Oriente, rischiano di diventare dei non-luoghi, che tentano di rianimarsi soltanto per qualche giorno all’anno, continuando a permanere in uno stato comatoso che non coincide unicamente con il lungo letargo invernale. La perdita d’identitá, che é una sicura chiave interpretativa dei cambiamenti sociali e culturali in atto, sta trascinando questi luoghi non luoghi verso l’oblio. Come ignorare che anche la religiositá, tra i segni distintivi del carattere di una comunitá, ha smarrito la propria funzione. Quelle che un tempo non lontano erano le feste patronali, manifestazione di una religiositá arcaica profonda indissolubile con la comunitá, non sono diventate che un’espressione del folklore locale, fino a trasformarsi in spettacolo. C’é una mutazione antropologica da segnalare, che certamente non nasce oggi, che non investe soltanto abitudini, riti, tradizioni. E soprattutto c’é un’altra storia da raccontare, per scongiurare una resa incondizionata, che va oltre la semplice sconfitta. Dall’estreme alture dell’Irpinia d’Oriente, lungo il tratto di Appennino che lancia uno sguardo di stupore al di lá dell’Ofanto, proprio mentre da questa parte, in questo pezzo d’Irpinia, che si é voluto ribattezzare per rappresentare lo “spiritus loci”, si assiste a uno spettacolo di fuochi fatui, dall’altra, volgendosi direttamente ad Oriente, si resta come abbagliati dall’orizzonte di luci che rischiarano la notte e che raccontano un’altra storia, illuminando il paesaggio in tutte le stagioni, per tutto l’anno, e non soltanto per un pugno di giorni.

di Emilio De Lorenzo edito dal Quotidiano del Sud

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