Ci sono notti che si possono riempire con qualsiasi cosa. Un concerto, uno spettacolo, una cena tra amici. E poi c’è la Notte di San Giovanni. Una notte diversa, che non può essere interpretata a piacimento e che non si lascia ridurre a un contenitore da riempire con eventi qualsiasi. Perché non basta neppure il concerto dell’artista più famoso del mondo per dare senso a una notte che da secoli custodisce riti, simboli e conoscenze tramandate attraverso generazioni. La Notte di San Giovanni non è una festa nel senso moderno del termine. È una liturgia della natura. E come ogni rito autentico possiede i suoi codici, le sue armonie e i suoi linguaggi. Anche la musica, in questa notte, assume un significato diverso.
Non servono effetti speciali o volumi assordanti. Servono sonorità capaci di accompagnare il dialogo tra l’uomo e la natura. Melodie ancestrali, strumenti che evocano il respiro della terra, vibrazioni che entrano in sintonia con i quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco – perché la musica non è semplice intrattenimento ma diventa parte integrante del rito. È una musica che non domina la natura, ma la ascolta. Che non invade il silenzio, ma lo accompagna. Una musica che crea quella “trade union” invisibile tra le energie della terra e la dimensione spirituale dell’uomo. Per questo la Notte di San Giovanni non può essere confusa con una festa qualsiasi. La notte tra il 23 e il 24 giugno, dedicata a San Giovanni Battista e legata simbolicamente al solstizio d’estate, è da sempre considerata una soglia tra mondi. La notte delle erbe officinali, della rugiada benefica, dei fuochi purificatori e dei rituali propiziatori. Una notte magica non per fantasia, ma perché fondata su un sapere antico che oggi, in gran parte, è stato dimenticato.
Il ritorno di una tradizione in Irpinia
In Irpinia questa dimensione profonda rischiava di perdersi. Cinque anni fa, però, l’Associazione culturale “Panta Rei” ha avuto il merito di restituire centralità a una delle tradizioni più affascinanti del territorio, riportandola al centro della vita culturale e spirituale della comunità. Ma chi conosce la storia sa che bisogna tornare ancora più indietro. Prima di questa rinascita, la Notte di San Giovanni aveva già trovato casa nell’aia del vignaiolo Luigi Tecce, luogo simbolico dove la convivialità, la terra e il vino continuavano a custodire un patrimonio antico.
La Notte di San Giovanni è fatta di ritualità. E ogni ritualità, nelle culture tradizionali, necessita di una guida, di un custode della conoscenza. Una figura che in molte culture indigene viene identificata con lo sciamano, intermediario tra il mondo fisico e quello spirituale. Anche l’Irpinia ha il suo interprete di questi linguaggi ancestrali: Sabato Cardamone. Una presenza preziosa perché oggi molti dei significati originari sono stati dimenticati. Il senso delle erbe raccolte al tramonto, il valore del fuoco, la purificazione attraverso l’acqua, la forza simbolica delle vibrazioni sonore e il dialogo con gli elementi naturali non appartengono più al patrimonio comune. Ecco perché questa notte è davvero magica. Non perché ciascuno possa attribuirle il significato che preferisce. Ma perché custodisce una conoscenza che richiede rispetto, consapevolezza e partecipazione. Ed anche il cibo è parte del rito. Così come la musica, anche ciò che viene portato in tavola non è mai casuale. Nella cultura popolare tutto possiede un valore simbolico. I prodotti della terra, le erbe spontanee, il miele, il pane condiviso, il vino, i frutti della stagione rappresentano abbondanza, fertilità, prosperità e legame con il ciclo naturale. Mangiare insieme, nella Notte di San Giovanni, non significa semplicemente nutrirsi. Significa prendere parte a un rito collettivo, celebrare il raccolto, ringraziare la terra e riconoscere il valore della condivisione. Per questo anche la proposta gastronomica viene scelta con attenzione, privilegiando alimenti che raccontano una storia e che custodiscono un significato preciso, perché nulla deve essere lasciato al caso.
Quest’anno la Notte di San Giovanni, vissuta secondo i canoni della tradizione e nel rispetto del suo significato originario, si celebrerà negli spazi dell’ex polveriera di Monteforte Irpino. Un luogo ieri in degrado ed oggi riconsegnato alla natura e alla società per essere vissuto. Una scelta che coincide con l’onomastico di Giovanni De Cunzo, il “Bee Man”, uomo che ha scelto di dedicare la seconda parte della propria vita alle api, alla biodiversità e alla tutela della natura. Una missione che si intreccia perfettamente con lo spirito di questa notte. Perché le api, come i quattro elementi, rappresentano equilibrio, armonia e continuità della vita. Tra suoni capaci di dialogare con la terra, rituali antichi, cibi scelti per il loro valore simbolico e il rispetto dei tempi della natura, la Notte di San Giovanni continuerà ad essere ciò che è sempre stata.
Non uno spettacolo.
Non un evento da consumare.
Ma un momento di riconnessione tra l’uomo e il creato.
Perché alcune tradizioni non servono a ricordare ciò che siamo stati. Servono a ricordarci chi siamo.
E, consentitemi una piccola eccezione, in una notte dedicata a Giovanni un pensiero affettuoso va anche al mio direttore di testata, Gianni Festa, instancabile artigiano della notizia e custode quotidiano delle storie del nostro territorio. Perché anche il racconto, quando è fatto con passione e rigore, diventa memoria collettiva.


