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La poesia di Monia Gaita tra interiorità e resistenza

Ieri a Montefredane il confronto sulla nuova raccolta della poetessa irpina “Di cielo, di nuvole e vento”

Rosa Bianco e Fiore Carullo

L’8 novembre, presso la Biblioteca Comunale Berardino De Crescenzo di Montefredane, si è svolta la presentazione della nuova raccolta poetica di Monia Gaita “Di cielo, di nuvole e vento”. In questa occasione, l’autrice ha dialogato con figure di spicco del panorama culturale locale, tra cui il direttore del Corriere dell’Irpinia Gianni Festa, il professore Dirigente Scolastico e critico letterario Paolo Saggese e il giudice Gennaro Iannarone, dopo i saluti istituzionali del sindaco Ciro Aquino e la brillante introduzione del professore Antonio Polidoro, sull’avvio delle attività della Biblioteca Comunale da lui diretta.

In “Di cielo, di nuvole e di vento,” Monia Gaita ci offre un’opera di rara intensità, in cui il linguaggio poetico si riappropria delle sue radici più profonde, riconciliando verità interiore e realtà vissuta. Questo libro rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di consapevolezza artistica e umana dell’autrice, un viaggio che si nutre di un rinnovato equilibrio tra emozione e riflessione. Secondo il prof Saggese – qui l’io individuale si dissolve progressivamente in un noi collettivo, in una voce che abbraccia dimensioni storiche, spirituali ed esistenziali, con una sensibilità, che si fa canto corale, per esplorare l’essenza dell’umano. In – Che il quartiere dove abitavano i sogni / adesso è deserto – il verseggiare di Monia Gaita assume, altresì, i toni della poesia civile, che denuncia lo spopolamento dei piccoli borghi del Sud e si fa poesia di resistenza e al contempo inno seppur doloroso alla restanza.

L’opera si suddivide in quattro sezioni, ognuna delle quali si sviluppa come un poema autonomo e al tempo stesso parte di un flusso unitario. Dai toni di una confessione personale – come illustrato dal giudice Iannarone – simile a un dialogo intimo con sé stessa e con la memoria, si passa a un confronto universale, in cui la natura e la storia si fondono in una visione sospesa tra il mito e la disillusione. Il tempo, qui, è un vortice che trascina con sé echi ancestrali e interrogativi senza risposta, mentre la poetessa si pone davanti a un tribunale simbolico, in un monologo che è al contempo difesa e accusa.

Come Rocco Scotellaro – “Noi non ci bagneremo nel fiume del tempo, piegheremo il corso e lo faremo salire.” ( Poesie, 1954)  Monia Gaita invita il lettore ad alzarsi per guardare oltre i confini dell’io e scoprire, nella vastità di una voce corale, il senso profondo della nostra stessa altezza interiore. Attraverso un viaggio che intreccia visioni intime e universali, la poetessa ci guida lungo “il fiume del tempo”, dove il singolo gesto si fonde con l’esperienza collettiva, come eco e insieme forza generatrice di una coscienza condivisa: quella coscienza di un Sud che si rifiuta di soccombere, come sottolinea con forza il direttore Gianni Festa, citando Guido Dorso e Alfonso Gatto, unitamente a quella dell’ umanità intera, incapace di accettare e comprendere le guerre.

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