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Di Guido Bossa

Un rinvio di tre mesi fino a giugno, poi chissà, per cominciare ad affrontare insieme l’emergenza migranti alleggerendo il peso degli sbarchi e delle ricollocazioni che continua a gravare prevalentemente sulle spalle dell’Italia; nessuna accoglienza della richiesta del governo di Roma sull’inserimento dei carburanti di origine vegetale nell’elenco di quelli considerati “verdi” e quindi utilizzabili per i motori a combustione dopo il 2035: una decisione, questa, che se non verrà ribaltata penalizzerà pesantemente l’industria nazionale (in particolare l’Eni) a favore di quella tedesca. E intanto nell’immediato, la minaccia di trattenere a Bruxelles l’ultima tranche relativa al 2022 del Piano di resilienza e ripresa, negoziata a suo tempo con successo dal governo Draghi e che ora potrebbe non essere sbloccata causa i ritardi nell’attuazione dei programmi accumulati dall’esecutivo in carica. E qui non è tanto l’importo della rata (19 miliardi) a preoccupare, quanto la conferma di un giudizio negativo sull’efficienza del sistema Italia, i cui responsabili sono pronti ad alzare la voce e battere i pugni sul tavolo delle trattative europee, meno a dimostrare di meritare il credito che viene loro riconosciuto dai partner comunitari. Ora, è possibile che quest’ultima difficoltà venga superata ricorrendo alla decretazione d’urgenza per sciogliere i nodi intricati della spesa pubblica italiana, e grazie ai buoni uffici del Commissario Gentiloni, che peraltro più di tanto non potrà fare per non essere accusato di “tifare” troppo per il suo paese; ma ce n’è abbastanza per giudicare magro il bilancio della trasferta bruxellese della presidente Meloni, nonostante le soddisfatte dichiarazioni di facciata rilasciate nell’immediato a favor di telecamere. Nel conto va messa, a scusante dell’insuccesso, una valutazione complessiva della congiuntura politica nella quale versa l’Unione, con una Commissione e un Parlamento in scadenza (si vota fra un anno e poco più), due governi – Francia e Germania – in gravi difficoltà per motivo interni, e la prospettiva di un rovesciamento delle alleanze di qui alla prossima primavera, con la rottura del tradizionale asse fra socialisti e popolari che da sempre guida le istituzioni europee e l’affermazione di una nuova maggioranza sovranista se non esplicitamente nazionalista, che avrebbe il suo fulcro nei governi dell’Est (Polonia in testa) con l’importante appendice “identitaria” dell’Italia meloniana. E’ proprio questa a ben vedere la scommessa della nostra premier, che mostra più interesse per i futuri equilibri comunitari, tutti da costruire, che per il deludente cabotaggio di questo scorcio di legislatura. Le frustrazioni di oggi, insomma, potrebbero essere compensate domani con l’ingresso nel nuovo gruppo di testa dell’Unione. Ma, ancora una volta, a quale prezzo? Chi garantisce che in un club di sovranisti si possano curare meglio gli interessi nazionali.

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