Martedì, 8 Settembre 2026
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Nella settimana che ha visto i più clamorosi successi del populismo di governo è andato in scena anche l’autolesionismo di una maggioranza che sembra, con involontario francesismo, condannata a governare “malgré soi”. Ora è ben possibile, e certamente auspicabile, che tutte le tessere del mosaico tornino presto al loro posto; ma intanto c’è da chiedersi che cosa ci sia dietro un comportamento del tutto schizofrenico per il quale proprio mentre in Italia si raggiungono traguardi importanti di sostanza e d’immagine, si riesca ad oscurarli aprendo verso l’estero vicino (la Francia, l’Europa) e lontano (gli Stati Uniti) un inutile fronte polemico lungo il quale si rischia di veder confermato un giudizio di inaffidabilità che pesa sul nostro destino nazionale con un marchio quasi indelebile.

Proviamo a mettere in fila i diversi segmenti di una cronaca politico-parlamentare ricca di risultati positivi. E’ partito, sia pure con qualche scivolata di cattivo gusto scenografico, il reddito di cittadinanza, accompagnato dalla agognata “quota 100” che ha subito riscosso il favore di qualche decina di migliaia di aspiranti baby pensionati; il Senato ha dato il primo via libera alla riduzione del numero dei parlamentari, con una maggioranza che se fosse confermata in tutto l’iter previsto da una riforma costituzionale vanificherebbe il ricorso al referendum confermativo; è stato lanciato il primo “restitution day” della legislatura, anche se la cerimonia è andata in scena davanti all’ingresso di servizio per evitare di confondersi con i manifestati anti-Maduro che avevano occupato piazza Montecitorio. Infine, ciliegina sulla torta del menu demagogico gradito al pubblico, è stata lanciata l’altra riforma che piace alla gente cui la politica non piace: il taglio imminente delle indennità di deputati e senatori, che fa seguito al taglio dei vitalizi già operante per coloro che hanno da tempo lasciato il seggio.

Insomma, un bilancio più che positivo: forse la migliore settimana da quel primo giugno dell’anno scorso che ha visto il tormentato varo del governo del cambiamento, che fino all’altro ieri aveva cambiato ben poco ma ora stava recuperando alla grande. Ma allora perché, invece di godersi il successo dell’oggi e accarezzare un domani carico di promesse, i partner della maggioranza – per la verità più i grillini che i leghisti – hanno sentito il bisogno di lanciarsi in un rischioso numero da circo equestre, smarcandosi dagli Stati Uniti di Trump e dall’Europa atlantica (oltre che dal buon senso) sulla crisi venezuelana, e andando a infastidire i cugini francesi che quanto a orgoglio nazionale (e se vogliano a sovranismo) non accettano lezioni da chicchessia? Dice nulla il fatto che neppure Marine Le Pen, alleata di Salvini contro Macron, abbia gradito l’invasione di campo del giovane vice premier italiano? Qualcosa deve essere sfuggito di mano a qualcuno se, proprio nel momento in cui stanno venendo al pettine i nodi di una manovra di bilancio affrettata, approssimativa e menzognera, e dunque ci sarebbe bisogno di sollecitare alleanze o almeno una benevola comprensione dall’Europa, si va a mettere il dito nel nodo scorsoio che Francia e Germania stanno stringendo per ipotecare la guida del continente nei prossimi quattro anni. Certo, avrà giocato in negativo il fastidio di un’alleanza competitiva tutta sbilanciata a favore di Salvini e della Lega; così come si è avvertita, nelle strategie del Capo politico pentastellato, l’influenza di Alessandro Di Battista e del suo guevarismo da importazione; ma nel complesso l’impressione che si ricava dall’andamento di una settimana che poteva essere di grande rilancio del populismo di governo è che la sindrome dell’opposizione prevalga ancora sul senso di responsabilità, e che l’abito ministeriale che Luigi Di Maio sfoggia con grande padronanza sia ancora poco più che un travestimento. Quanto a Salvini, è certo che finché sarà sotto scacco, cioè fino a quando il Senato non lo avrà liberato dalla minaccia di un processo infamante, dovrà mordere il freno e subire le iniziative del partner rivale; ma appena potrà farlo si riprenderà la sua libertà d’azione, a cominciare dalla Tav e dalle altre grandi infrastrutture.

di Guido Bossa

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