di Franco Festa
Gli addetti alla funicolare di Montevergine sono gentilissimi, quasi consapevoli della gemma di cui sono custodi. È domenica mattina presto, non vi è molta gente. Arriverà qualcun altro più tardi, ma sempre una goccia nel mare. La breve salita è vertiginosa, nonostante non sia la prima volta che l’affronto. Anzi, il pensiero corre sempre ad allora, avevo dieci anni quando fu inaugurata, e mio padre, che guidava il pullman della Sita che si arrampicava ogni mattina, per tutta l’estate, lungo i tornanti, la guardò all’inizio in cagnesco; poi fu una gara piacevole. Molti ancora temevano la rapida salita e preferivano l’autobus, e mio padre vi aggiungeva del suo, magnificando le qualità del mezzo che guidava, a volte quasi senza mani, tra i brividi di piacere dei passeggeri: mezzi pesanti e faticosi, che pure, nelle sue mani, diventavano macchine volanti.
Allora la montagna era affollatissima, specie nei mesi di maggio e di settembre, nel grande piazzale del santuario non si riusciva a trovare un posto libero. Ora non è più così. La corsa della funivia però è sempre carica di meraviglia e di bellezza, con lo sguardo che corre intorno, lungo i fianchi della montagna, per ripidi sentieri o scorciatoie, e all’improvviso si illumina negli spazi aperti e sterminati della pianura napoletana, mentre i vagoni in salita e in discesa si muovono quasi in verticale, si fiutano da lontano, si incrociano nel solito punto fisso, si lasciano, diventano piccoli segni all’orizzonte, con una sensazione che stranamente rassomiglia alla nostra vita, fatta di incontri improvvisi, di perdite, di bellezze smarrite. All’uscita non vi è nessuno, nessuno lungo la breve e assolata salita che porta fino al santuario. Poco prima del piazzale una fila di bancarelle aperte, con la solita mercanzia, attende chi passa. Tutti lanciano un saluto gentile, tutti già sanno che sarà un’altra giornata di crisi nera, forse appena mitigata dal giorno festivo, tutti celano i segni di impazienza e di nervosismo, che ormai li hanno spezzati, proprio come la montagna. La verità è che sono stanchi di resistere e di aspettare. Quelli che hanno il potere di interrompere questo stato di cose non sembrano particolarmente interessati alla tragedia naturale e umana in corso. Siamo a 8 mesi dal giorno della frana, che ha troncato in due la montagna, con una ferita che non si rimargina, che trema nel profondo, che corre il rischio di precipitare a valle. I rimedi si susseguono, gli interventi sembrano ogni volta risolutivi, e ogni volta si riparte daccapo, ogni volta la data di riapertura si allontana, si perde nel nulla.
L’abate Guariglia, i sindaci di Mercogliano e di Ospedaletto, si siedono e si alzano da tavoli su tavoli, vengono sommersi da promesse non mantenute, da sorrisi ipocriti, da frasi vuote. I poteri, ormai, si sono smarriti lungo i tornanti, a partire dal Presidente della Provincia, Picone, appena eletto e ancora intento ai ringraziamenti della strana compagnia che lo ha portato alla vittoria, alla Regione, allo Stato, all’Europa. Servono soldi, tanti, perché la ferita è grave, e la montagna si è ribellata ad anni di maltrattamenti, di disboscamenti selvaggi, di lavori fatti a caso, di una colossale improvvisazione che è stata l’unica padrona di tutto. Se un torto ha avuto, Montevergine, è stato quello di aver regalato alla provincia intera, che non la meritava, la sua grazia possente e la sua protezione. Da qualunque punto la si osservi, essa è lì, maestosa e tranquilla. Ma tanti avellinesi, ormai, con la loro montagna hanno perduto dimestichezza e non rivelano un vero affetto. È stato sempre così, sono i napoletani che la considerano la loro montagna, da secoli, e la cercano, la amano, la festeggiano, la rispettano. O forse anche questo è solo un luogo comune. Mentre mi avvicino alla chiesa, mi torna alla mente la straordinaria composizione di Mario Cesa dedicata al pellegrinaggio a Montevergine, e mi chiedo, guardandomi interno, cosa sia rimasto, oggi, del suo sguardo amorevole alla ritualità collettiva, dell’attenzione alla “festa” come manifestazione dell’anima profonda del popolo. Basta entrare nella piccola cappella dove è custodita l’icona della Madonna per trovare risposte. Silenzi antichi, lagrime antiche, preghiere antiche tutt’ intorno. Ognuno è immerso non solo nelle sue suppliche, nelle sue invocazioni, ma anche in quelle degli altri. Lei, da lassù, tutti ci guarda, uno per uno, e ognuno legge in quel viso bellissimo di vergine madre una risposta, un richiamo, una promessa, un rimprovero caritatevole. Sono le facce che evoca Mario, quelle che reggono le sorti del mondo con il loro lavoro, la loro fatica, e non calcano la scena rumorosa del giorno.
Qui la parola rito riacquista tutta la sua forza e tutto il suo mistero. All’uscita, per le vecchie scale, consunte per secoli dalle ginocchia dei fedeli, c’è qualche faccia nuova. Il ritorno verso la funicolare è accompagnato da pensieri quieti e inquieti. Forse bisognerebbe che tutti si ribellassero allo stato di abbandono del santuario, forse occorrerebbe qualcosa di più della montagna di chiacchiere che ha superato in altezza la montagna vera. Ma non c’è traccia di tutto questo. La rassegnazione che domina la città e la provincia qui assume la sua forma più cupa. Le corse della funivia si susseguono rapide e regolari. Torniamo giù, verso la città immemore, con un velo di tristezza che si allarga ma che la grazia di quel viso spinge via lontano.



