di Virgilio Iandiorio
“Si chiede sì storia, ma a condizione che essa offra testimonianze utili alle proprie convinzioni, corrobori le proprie certezze…In realtà il nostro tempo che si definisce storicista non ama la storia e non vuole avere un passato” (Mario Del Treppo, La libertà della memoria, Roma 2006 p. 60).
Per fortuna, dalle nostre parti, ci sono stati e ci sono personaggi che hanno frugato e frugano con libertà di spirito la memoria delle loro comunità. E’ utile, o forse un dovere, di tanto in tanto ricordare questi protagonisti, che sono lontano dai riflettori, ma con tanta voglia di “liberare la memoria” del loro piccolo paese dal fiume Lete, quello della dimenticanza.
Giuseppe Pisano (Montefredane 27.6.1938-28.3.1998), è stato giornalista attento alla realtà quotidiana, ma anche fine poeta e studioso di patrie memorie. Ci sono suoi articoli che sono dei veri modelli di prosa giornalistica; e sue poesie che vibrano di umana sensibilità.
La ricerca storica, soprattutto quella che aveva come oggetto il suo paese, Montefredane, lo vide sempre impegnato. Nel 1991 dava alle stampe le “Memorie storiche e tradizioni” di Montefredane. Non era una seconda edizione della sua “Storia di Montefredane”, edita venti anni prima, ma qualcosa di più.
Già nel titolo Giuseppe Pisano indicava chiaramente che qualcosa era cambiato, anche nel fare storia di una piccola comunità. Egli sapeva bene che la validità di una storia locale trovava, e trova, conferma nella nostra esperienza quotidiana. Tra la prima e la seconda edizione del suo libro non c’era solo accrescimento di notizie, c’era stato un evento tragico: il terremoto del 1980.
Giuseppe Pisano aveva visto, raccontato e commentato le reazioni delle popolazioni delle aree terremotate e i tentativi di provocare esodi massicci degli abitanti dai paesi ridotti a mucchi di macerie.
Quei paesi disseminati in cima a montagne o lontani dalle grandi vie di traffico, spopolati degli abitanti più giovani, emigrati nelle città industriali del Nord della nostra penisola o in quelle europee, possono sembrare delle assurdità, e tali apparvero a molti osservatori esterni.
Negli anni immediatamente successivi al terremoto, le comunità irpine si sono dimostrate contrarie a qualsiasi chimera di efficientismo pubblico e privato. Alle radici di questa resistenza c’era la storia “locale” sedimentata in una vita culturale e religiosa, che resiste al dilagare di modelli consumistici e globali.
E Pisano si diede a raccogliere “usi e costumi in via di estinzione o già estinti, memorie di pietra e parole che il tempo va cancellando”. “Il terremoto ha dato –scrive nella prefazione- un colpo decisivo ad un’organizzazione sociale, ad una struttura urbana, ad un insieme irripetibile tradizioni, forme di vita e di civiltà”.
Illustri antropologi hanno richiamato l’attenzione sul fatto che il rischio della perdita di una “patria culturale” riguarda il mondo contemporaneo. Il disagio della nostra civiltà nasce anche dallo “spaesamento”, dalla perdita di “domesticità” (Ernesto De Martino 1977).
La consapevolezza, in Giuseppe Pisano, che lo “spaesamento” (mai neologismo è più appropriato per indicare questo venir fuori dal paese) può provocare perdita di identità gli fa dire:” Anche questo mio lavoro (la storia di Montefredane) può e deve servire a rinsaldare in tutti l’amore per le proprie radici e a stimolare la difesa di ciò che resta, per far sì che i nostri figli possano riconoscersi in quel che costruirono i nostri padri”.
Nel 1994 per il convegno su mons. Alfonso Maria Giordano vescovo di Calvi e Teano, ma originario di Montefredane, Giuseppe Pisano nella sua relazione, parlando della “casa del vescovo”, ritornava sul tema a lui caro, quello della storia del suo paese: “Oggi il castello è stato riscoperto e restaurato e presto le antiche mura ospiteranno manifestazioni di arte e cultura. Torna la vita nel centro storico, dopo anni di abbandono e di degrado. E vi torna proprio con la riscoperta del passato. Il culto di nuovi, falsi valori sembrava aver condannato ad un inesorabile tramonto il paese antico. L’inversione di tendenza è stata lenta ma sicura… La riconquista della chiesa del Carmine ha segnato il ritorno nella piazza grande della gente del paese”.
Non sembrino sproporzionate le parole, di tono quasi epico, usate da Pisano per “celebrare” la dimensione paesana ritrovata tra la piazza e i muri del castello. Dall’oblio, in cui sembra che tutta la nostra vita debba finire, Giuseppe Pisano fa rivivere i segni del passato, fatto di resti materiali ma soprattutto di parole; perché la nostra dopo tutto è una civiltà di parole.


