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La violenza nella vita pubblica 

Torniamo a scrivere della irruzione della violenza nella vita pubblica italiana non perché questa volta a farne le spese sono stati due giornalisti aggrediti a Ostia, periferia di Roma, dal capo di un clan mafioso pericolosamente contiguo a gruppi politici di destra in ascesa; ma perché il fenomeno già di per sé allarmante, si sta estendendo ben oltre i confini della politica, e invade tutte le forme della comunicazione sociale, in particolare quelle meno soggette alla mediazione dei professionisti dell’informazione e più alla portata di chiunque.

Per quanto riguarda la categoria dei giornalisti, “Ossigeno” che è un organismo indipendente e basa le sue rilevazioni su fonti istituzionali come il ministero della Giustizia e la Commissione parlamentare antimafia, ha elencato ben 321 casi di minacce e intimidazioni nell’anno in corso, di cui 112 nel Lazio, fra le quali otto aggressioni fisiche avvenute prima di quella di mercoledì a Ostia. C’è dunque da essere preoccupati, non perché le vittime siano più meritevoli di tutela di altri, ma perché colpendo la libera informazione si indebolisce un pilastro della democrazia, riconosciuto come tale dall’articolo 21 della nostra Costituzione, a garanzia del libero svolgimento della dialettica politica.

La questione, però, travalica i singoli episodi di violenza, comunque da denunciare e sanzionare con la dovuta severità, perché l’aggressività esasperata, il sopruso, la veemenza verbale capace di innescare l’attacco fisico, stanno diventando un ingrediente troppo frequente nel confronto delle opinioni che dovrebbe costituire l’es senza della vita politica. Siamo già in campagna elettorale, ma ciò non giustifica, né spiega di per sé gli eccessi che la cronaca elenca; anzi fa riflettere la circostanza che un così preoccupante degrado della vita pubblica avvenga dopo anni di tregua, nei quali certamente la dialettica non era stata sospesa, ma si era svolta prevalentemente in termini civili.

Erano gli anni, gli ultimi, del sistema maggioritario, dello scontro uno contro uno, del vincitore che nel collegio maggioritario si prendeva tutta la posta azzerando voce e voti dell’avversario e dei suoi sostenitori. Eppure in quegli anni il confronto ha tutto sommato rispettato i confini del buon gusto e delle buone maniere: o forse siamo noi che non abbiamo avvertito per tempo i sintomi della slavina che stava per investire l’ambito della nostra convivenza civile. Sta di fatto che ora, dopo che autorevoli opinion leader hanno teorizzato il “diritto all’odio”, un picco imprevedibile di aggressività si abbatte su di noi, con conseguenze che è arduo immaginare, perché se è vero che la politica dice ormai poco agli italiani, come dimostra il crescente astensionismo elettorale, è anche vero che è ancora in grado di dare esempi e di veicolare comportamenti che poi divengono acriticamente ripetitivi e si trasformano in brutte abitudini, superficialmente generalizzate.

La brutalità dell’aggressione di Ostia ha fatto passare in secondo piano un altro episodio ugualmente inquietante avvenuto giovedì a Napoli, dove un gruppo di teppisti (come definirli altrimenti?) ha occupato un’aula universitaria nella quale un leader politico e una dirigente sindacale – Massimo D’Alema e Susanna Camusso – erano attesi per un partecipare ad un incontro sui temi del lavoro, poi purtroppo cancellato per “indisponibilità” della sede. Un fatto sgradevole, che richiama alla memoria la “cacciata” di Luciano Lama dalla Sapienza nel febbraio del 1977, che dette il via al cosiddetto “movimento del ‘77”, fucina di violenza urbana, poi anche degenerata nel sangue. Non siamo, evidentemente, a quel punto; ma la cronaca di questa incipiente campagna elettorale dovrebbe far scattare un campanello d’allarme, perché di questi tempi è facile che un passato da dimenticare ipotechi il futuro.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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