Una vetrina di prestigio per il Carnevale di Bellizzi, ospite del Museo delle Civiltà di Roma, nell’ambito del programma In Piazza: le voci, i volti, i racconti del MUCIV . A rivivere nel racconto del presidente Ernesto Spartano e del capozeza Pellegrino Iannaccone la storia della zeza di Bellizzi, tra le tradizioni più amate della comunità irpina. A sottolineare il valore di cui si carica la salvaguardia di questo patrimonio Francesca Romana Uccella, funzionaria del Museo delle Civiltà e la docente di antropologia culturale dell’Università La Sapienza di Roma Alessandra Broccolini. Una giornata impreziosita dalla donazione da parte della zeza dell’abito di Pulcinella al Museo e dal conferimento della benemerenza civica all’associazione di Bellizzi da parte del sindaco di Aiello del Sabato Sebastiano Gaeta. “Un riconoscimento – ha sottolineato il sindaco – per l’impegno costante profuso nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio del Carnevale avellinese, portando avanti un’antichissima tradizione locale e creando, con grande spirito di abnegazione, dedizione e passione, importanti momenti di condivisione e aggregazione a favore delle comunità dell’intero territorio provinciale”.E’ stato Spartano a ribadire come “Le radici della canzone di Zeza risalgono al ‘600 e fin da allora era interpretata, esclusivamente da uomini, A quel tempo, era inaccettabile che una donna recitasse per strada o nei teatri. Questa tradizione di origini napoletane troverà terreno fertile nella frazione avellinese di Bellizzi Irpino che, per la bellezza dei luoghi, ospitava i regnanti napoletani che si dedicavano alla caccia. Il luogo era abitato prevalentemente da contadini e l’economia della zona era prettamente agricola, pastorale. Erano i principi napoletani a prediligere questa farsa tragi-comica alla cui esibizione, nascosti nel buio delle campagne, assistevano i contadini del luogo. Quest’ultimi, anno dopo anno, ne impararono la mimica e le parole, salvaguardandola dalle contaminazioni del tempo. La Zeza di Bellizzi, infatti, conserva ancora lo stesso canovaccio, gli stessi abiti e la stessa atmosfera del passato, tra riconoscimenti di critica e applausi del pubblico. Il testo è stato, però scritto solo qualche decennio fa quando il maestro Roberto De Simone, ne fece uso per inserirlo nella famosa “Gatta Cenerentola” con la quale vinse il festival dei Due Mondi di Spoleto”. E’ stato quindi Pellegrino Iannaccone a sottolineare come la Zeza esprime “la forza della comunità. E’ questo il segreto di una tradizione che continua a vivere e ad avere forza, malgrado le trasformazioni della società. Lo deve al sacrificio dei nostri padri, dei nostri antenati che l’hanno trasmessa alle generazioni successive”.







