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Di Domenico Gallo

A Gaza la morte regna sovrana. Non è semplice descrivere la gravità della tragedia in atto, non ci sono le parole per dirlo. Come fare a descrivere una condizione umana dove un’intera popolazione 1.9 milioni di persone (su 2.2 milioni) ha dovuto lasciare le proprie case, incalzata dai bombardamenti per ammassarsi in un’area ristretta, senza riparo, senza cibo, al freddo nel fango, senza servizi igienici. Come descrivere la condizione di una società che in tre mesi ha avuto 27.000 morti, fra cui 10.000 bambini e 7.000 donne. Dove ci sono 66.000 feriti da curare proprio quando sono stati danneggiati e hanno cessato di funzionare 26 ospedali su 36, sono state colpite 94 strutture sanitarie e 79 ambulanze, causando la morte di centinaia di medici e paramedici (dati OMS). Come si fa a descrivere la situazione di 19.000 bambini, rimasti orfani o soli, senza nessun adulto che si prenda cura di loro, bambini che “sono intrappolati in un incubo che peggiora ogni giorno che passa” (Catherine Russell UNICEF)? Come descrivere la condizione delle oltre 50.000 donne in gravidanza che non hanno avuto accesso ai controlli medici e sono costrette a partorire in tende di plastica o in edifici pubblici (MSF) e dei 20.000 bambini che sono nati in queste condizioni e lottano per sopravvivere? Come si fa a descrivere la sofferenza di 1.000 bambini che hanno avuto uno o due arti amputati, a volte con interventi effettuati senza anestesia (UNICEF)? Ha osservato il giurista Luigi Daniele (il Manifesto, 1/2/24): “L’intera popolazione di Gaza avanza verso un patibolo collettivo di fame, sete, epidemie, mancanza di medicinali e cure per feriti e ammalati. Ciascuno di questi fattori, per sé, è una grave crisi umanitaria, ma è il loro effetto cumulativo a essere letale.” Alla luce delle sofferenze “indicibili” inflitte alla popolazione di Gaza, è divenuto imperativo il cessate il fuoco. Le misure di prevenzione del Genocidio decretate dalla Corte Internazionale di Giustizia non possono trovare attuazione se non si perviene immediatamente al cessate il fuoco. Il Genocidio, come scolpito nelle parole della Risoluzione 96 dell’Assemblea Generale dell’11 dicembre 1946, “sconvolge la coscienza dell’umanità”. Solo il cessate il fuoco può impedire che il Genocidio si compia. “Cessate il fuoco” dobbiamo gridarlo sui tetti, esigere che l’Italia e l’Unione Europea impongano il cessate il fuoco, a pena di sanzioni adeguate. Il rischio, come avvertono in una drammatica lettera aperta 800 funzionari USA e UE, è quello di diventare complici di “una delle peggiori catastrofi umane di questo secolo”.

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