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Il sipario sta per calare anche su questo divagante quanto estraniante scorcio d’estate che preannuncia l’ennesimo “autunno caldo”. Il Mezzogiorno fa segnare, sul termometro della crisi, i sintomi di un malessere grave, che si chiamano ora disoccupazione cronica, ora impoverimento, piuttosto che precarietà del lavoro, incertezza del futuro, e non ultimo smarrimento identitario. C’è chi non ha mancato di denunciare le enormi sofferenze sociali per un Sud fiaccato dagli effetti di una crisi economica, seguita non soltanto alle conseguenze della crisi pandemica, che si sta rivelando letale per le sorti disperanti di questo Mezzogiorno agonizzante. Se si prova, all’interno del frastagliato e complesso contesto del Meridione, a focalizzare l’attenzione sulla grave crisi che vivono i territori delle zone interne, non si può fare a meno di segnalare il lento declino che attraversa le comunità del Sud al proprio interno. Le locuzioni ormai si sprecano, da parte di chi vorrebbe all’improvviso resucitare la “vertenza irpina” a chi da solo predica nel deserto assoluto di un’emergenza che va sotto il nome di “zone interne”. A queste potrebbe aggiungersene un’altra che rende più efficacemente lo stato d’animo di una regione lacerata nelle sue viscere più profonde: “Campania infelix”. A soffrire maggiormente sono proprio le aree più deboli, le zone interne, appunto. L’Irpinia, soprattutto quella “alta”, ne sa qualcosa. Scossa da una crisi che ha nello spopolamento dei territori il difficile quadro clinico di una situazione che sembra aggravarsi di anno in anno. Ma il tema delle aree interne, con la propria specificità, non è all’ordine del giorno di una campagna elettorale senza contenuti e senza slanci. Il “risanamento”, in questi anni critici, non ha coinciso con i bisogni di una comunità regionale realmente risanata nel suo corpo dilaniato da mille sofferenze. E’ altrettanto vero, d’altra parte, che è difficile parlare di comunità regionale, quando a tutt’oggi vive e persiste un dualismo che contrappone “l’interno” “all’esterno”, la provincia ossuta del Mezzogiorno alla grande vasta area metropolitana. Invece bisognerebbe incominciare a spostare il baricentro “dall’esterno” “all’interno”, dalle inflazionate aree metropolitane ai luoghi dell’interno, sempre più a rischio “desertificazione umana”. E bisogna fare delle operazioni di emergenza per tenere in vita il più possibile il malato che è molto grave. E poi cominciare ad attrezzarsi per valorizzare al meglio le risorse, in particolare quelle che arrivano dall’Europa, per sfruttare il potenziale di crescita che c’è nel Mezzogiorno. Ma viene da chiedersi se non sia stato proprio questo un errore commesso, da più parti, sulla “questione Mezzogiorno”, dai ceti politici che si sono alternati da un po’ di anni a questa parte: invocare l’emergenza per non affrontare l’urgenza. Qualcuno non ha esitato a definire tutto ciò come “lentezza mortifera”. Nel frattempo l’autunno sta arrivando, un autunno reso ancora più problematico e preoccupante dai risvolti che assumerà l’emergenza della crisi pandemica, riportando con sé un pesante carico di urgenze insolute, di giovani che partono e di migranti disperati che arrivano dal mare, in una metafora esistenziale enigmatica. Non vorremmo che il sipario (strappato) di questo ultimo tragico atto della storia del Mezzogiorno cada definitivamente senza che si sia provato a riscrivere tutti insieme un destino comune, “altro” da quello prospettato.

di Emilio De Lorenzo

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