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L’indignazione non basta più

 

L’ altro giorno un noto professionista avellinese è venuto in redazione e mi ha benevolmente sorpreso per un gesto ed una proposta. Mi riferisco alla vicenda della Dogana che, come riportiamo in cronaca, è stata messa all’asta. Sono ormai anni che testimonio tutta la mia indignazione per come viene trattato il simbolo architettonico della città che porta la firma di Cosimo Fanzago. Sono intervenuto più volte sull’argomento senza mai ricevere una risposta dall’amministrazione comunale. Promesse in quantità, ma nessun fatto. Di qui la mia sorpresa quando lo stimato professionista (del quale mi riservo di rivelare l’identità) mi ha consegnato un assegno circolare con una somma equivalente al 10% dell’importo a base d’asta dello storico monumento. Assegno che a mia volta mi accingo a consegnare nelle prossime ore ad un notaio. Il fatto straordinario è che dentro questo gesto non c’è alcuna intenzione speculativa, ma solo l’intenzione di avviare un processo che conduca alla restituzione del bene storico ai suoi veri destinatari, gli avellinesi. A quel punto ho pensato che quel contributo può diventare un modo concreto per iniziare a risolvere il problema. Ho pensato che se l’iniziativa di questo personaggio fosse emulata da quanti hanno ricevuto dalla città senza mai dare, si aprirebbe uno spazio nuovo per realizzare progetti comuni. Perché, sia chiaro, l’indignazione non basta più. Ora di piccoli mister Tods (che con propri fondi sta ristrutturando il Colosseo) Avellino ne ha. Penso ai costruttori storici e non che hanno edificato a volte anche dove non si poteva. Agli industriali che potrebbero dare segnali di interesse per un bene comune e a quanti, cittadini singoli o associati, possono dare un segno che leghi la loro appartenenza ad Avellino. Si potrà ragionare sui tempi della ristrutturazione dello storico edificio (oggi ridotto alla sola facciata) e sul fine a cui dovrà essere destinato (penso ad una istituzione socio- culturale a servizio dei giovani). Diversamente, se il Comune di Avellino dovesse evitare la vendita all’asta del simbolo storico cittadino (cosa che avrebbe potuto fare molto prima) sorgerebbe il grosso interrogativo: con quali fondi si potrebbe agire e in quali tempi ciò sarebbe possibile. Consentitemi, a questo punto, senza necessariamente inveire contro l’amministrazione comunale, la cui incapacità è nei fatti, di esprimere qualche dubbio sui modi e i tempi di intervento per salvare la Dogana. Cade a proposito un’altra vicenda che è testimonianza dello scarso impegno del sindaco di Avellino per il funzionamento del Centro per l’autismo di Valle. Prima pietra 2000. Ci sono voluti ben sedici anni per completare i lavori. Che, in parte, devono essere ancora portati a termine. Le promesse si sono perdute nel mondo delle parole inutili che non hanno prodotto alcun risultato. Per quella struttura sono passati proprio tutti. Caldoro, presidente della giunta regionale della Campania, il suo successore Vincenzo De Luca, finanche il Vaticano con la sua televisione a denunciare l’incredibile scandalo di un edificio la cui utilità, sebbene necessaria ed urgente, non trova risposte. Forse perché la sanità (anche questa) è lottizzata e sulla pelle dei più deboli si addensano sospetti di altri centri privati che lucrano sull’altrui sofferenza, con vantaggi politico-clientelari che richiederebbero un deciso intervento della Corte dei Conti per spreco di danaro pubblico. Certo è che sedici anni non sono stati sufficienti per far battere il cuore di tante mamme, costrette a far curare i loro figli in altre province. Torno alla visita di questo mecenate-provocatore fattami in redazione l’altro giorno e al suo gesto e alla sua proposta. Credo che la sua iniziativa rappresenti un salto comportamentale e culturale che determina un nuovo rapporto con la città, strutturato non più sull’uso e abuso di essa ma sulla creazione di valore. Un tale tipo di rapporto aiuterebbe a nutrire quel sentimento di appartenenza che lentamente, ma inesorabilmente, si è perduto. E’ solo un sogno il mio? Credo di no, se chi tanto ha avuto da questa città si predisponesse in modo diverso nei suoi confronti. Senza ripetere gli errori del passato che hanno segnato la stagione della grande speculazione edilizia e delle opere inutili. Pensate al Mercatone o al tunnel che hanno divorato ingenti risorse (e altre ne divorano ancora oggi) senza una reale utilità, mentre le scuole cittadine cadono a pezzi e destano allarme tra le famiglie. In realtà, io penso che anche l’indignazione ha fatto il suo tempo. Come le proteste. Utili, e talvolta interessanti, sono le iniziative che sorgono anche attraverso i comitati di denuncia, ma tutto questo si è già dimostrato che serve a poco. Occorre, invece, una nuova classe dirigente di amministratori e, io aggiungo, un diverso ruolo di impegno sociale da parte di chi vive un territorio e può impegnarsi per la riqualificazione e il rilancio. La Dogana è nostra, degli avellinesi che devono diventare i protagonisti di un’azione di riscatto.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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