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L’Italia su un piano inclinato

 

Romano Prodi, per Renzi ed i giovani rampanti della sua cordata, è considerato un gufo, un uomodel passato, uno di quelli che ha contribuito allo scasso dell’Italia, uno da rottamare. Cosa che hanno cominciato a fare silurandolo alla Presidenza della Repubblica anche se proposto all’unanimità dal Partito democratico. La sua vasta cultura economico-storico- politica, la sua esperienza internazionale, i prestigiosi incarichi, dentro e fuori dall’Italia, non lo hanno risparmiato dall’oblio di una politica e di una comunicazione di massa improvvisata che non riesce a guardare al di là del proprio naso e del proprio interesse. Prodi ha fatto il suo tempo! C’è bisogno di nuovo e il nuovo è giovane anche se il nuovismo è, spesso, sinonimo di nullismo e, nella politica di oggi, quasi sempre, vince l’analfabetismo ed il populismo, purché si sappiano usare le nuove tecnologie di comunicazione e i twitter. E Prodi, al contrario di Renzi, Grillo e Salvini, non sa comunicare; non ha una voce ed una cadenza suadente, anche se in compenso ha idee, riflette e conosce come muoversi in un sistema istituzionale e di partiti complesso. Leggere, perciò, il suo saggio, uscito in questi giorni per i tipi de il Mulino, “Il piano inclinato” è un esercizio istruttivo, piacevole e che ci fa pensare. “Un esercizio per capire meglio che cosa ci sta capitando e che cosa si può fare per evitare che troppi sassi ci cadano sulla testa, o almeno per evitare che ci facciano troppo male”, scrivono i professori Santagata e Scarola che gli hanno posto una serie di domande. E il piano inclinato racchiude la parola “declino” verso il quale l’Ita – lia sembra irreversibilmente avviata. Quali le cause? Soprattutto diseguaglianze e sfiducia nel futuro. Il populismo trova più breccia nella parte più povera, emarginata e culturalmente più debole della popolazione, quella che vive, in povertà e precarietà nelle periferie, nelle campagne e nel sud. Con Thatcher e Reagan si è cominciato ad inseguire il dio Mercato, nella considerazione che la creazione di ricchezza avrebbe favorito lo sviluppo ed il benessere complessivo. Si è proseguito su questa strada distruggendo non solo la classe dei lavoratori, con i loro sindacati, ma anche il ceto medio produttivo che aveva contribuito in massima parte al miracolo italiano. La tecnologia, la globalizzazione e la finanza sono all’origine delle diseguaglianze e della povertà. Il deprezzamento del lavoro, la sua marginalità, il progressivo indebolimento del Welfare, la povertà crescente sono un risultato inaccettabile. Molti economisti avveduti ritengono – con Prodi- che per uscire da questo “cul de sac” nel quale ci siamo infilati bisogna riscoprire la lotta alla povertà, il ripensamento di un Welfare sempre più inclusivo, la riduzione delle diseguaglianze. Come fare e dove trovare le risorse? Nel saggio c’è la risposta ai molti quesiti e le proposte sono analitiche e convincenti. Bisogna rafforzare le strutture produttive, quelle rimaste, perché i gioielli sono già stati svenduti ai Francesi, tedeschi e cinesi, perché “… gli investitori esteri guardano all’Italia non solo come un obbiettivo strategico ma come un mercato di saldi.” (pag.73). Occorrerebbe un progetto globale investendo sulla ricerca, sulla formazione, sull’ istruzione (soprattutto istituti tecnici) e sugli investimenti che sono un formidabile volano di sviluppo. Occorre attivare la crescita del PIL portandolo almeno al 2/3% .Dove trovare le risorse? Un po’ dappertutto: lotta seria all’evasione e all’elusione fiscale, tassa sulle successioni, sulle ricchezze e sui patrimoni, ripristino dell’Imu sulla prima casa, seria spending revue e riqualificazione della spesa pubblica. Dove intervenire? Nel territorio, (difesa del suolo), in un nuovo Welfare (assistenza e servizi sociali-terzo settore) e al Sud nell’agro alimentare, nel turismo e nelle imprese manifatturiere. Occorre che le aziende facciano la loro parte e quindi riscoprire una nuova politica industriale e rivalutare i sindacati, seppur rinnovati ed uniti. Insomma “Per risalire il piano inclinato in cui siamo precipitati bisogna rimettere l’Italia sul cammino della crescita” aumentando la domanda interna e la produttività. E’ un programma per un nuovo Governo? E’ semplicemente quanto dovrebbe prefiggersi una moderna sinistra di governo inclusiva e non divisiva e no pensare ad innaturali connubi con forze che ostacolano questi obbiettivi. Altro che asse Rignano/ Arcore in nome di un becero populismo!
edito dal Quotidiano del Sud

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