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Ma l’amore no, il racconto di Napodano tra storia e memoria familiare, quello sguardo sull’Avellino degli anni ’30 tra sogni, speranze ed echi di guerra

“La capacità dell’autrice è quella di farci percepire la voce della madre, come se fosse viva, restituendone pensieri e stati d’animo, dal legame profondo con Carmine, che diventerà suo marito, costretto a partire per il fronte in Africa alla tenerezza dell’amore per Mimmo, studente pugliese iscritto all’istituto agrario”. Spiega così lo scrittore Franco Festa “Ma l’amore no” di Mirella Napodano, edito da Delta 3, presentato questo pomeriggio nel giardino della chiesa di rione Valle. Festa pone l’accento sulla modernità della protagonista Emilia “E’ una donna determinata, che ha un ruolo ben preciso all’interno della famiglia, circondata dalle sorelle, costretta a fare i conti con la perdita della madre fin dall’età di 3 anni. Lo capiamo dai rimproveri che di tanto in tanto le rivolge Carmine. Nè ha paura di mettere in discussione l’autorità del padre, sposando l’uomo che ha scelto”. Un romanzo che si fa spaccato dell’Avellino degli anni ’30, a partire dalla figura del nonno dell’autrice, Fiorentino Cotone, direttore del Don Basilio, storico giornale ciittadino, riferimento forte per la famiglia “E’ una città dove arrivano solo gli echi della guerra, in cui ciascuno continua a condurre la vita di sempre come se la guerra fosse altrove e non lo riguardasse, proprio come succede oggi con Gaza. Fino ai bombardamenti del ’43. Lo steso Carmine, soldato al fronte, attento e premuroso nei confronti dell’amata, ma interprete di quel punto di vista maschile che vuole la donna in attesa dell’uomo,  comprenderà l’orrore di quella guerra solo dopo la sconfitta di El Alamain e il dolore scalfirà quello che appare inizialmente come un uomo”. E spiega come “fissare su carta i propri ricordi è sempre un’operazione ardita, significa fare i conti con sè stessi. Il risultato è una storia d’amore che ci appare vicina e non legata a un tempo lontano”.

Il professore Luigi Anzalone parla di un romanzo d’amore che “si inquadra in un duplice registro, filosofico e letterario, un frammento di un discorso amoroso che è sempre infinito, per ricordarci che l’amore è ciò che nega la morte e perciò strettamente collegato alla vita”. Spiega come “ci troviamo di fronte a un romanzo che consegna un passato gravido di futuro. Attraverso il racconto della vita quotidiana di una famiglia, l’autrice restituisce il senso profondo della storia”. Quindi si sofferma sulla capacità di Napodano di tratteggiare i personaggi, a partire da quelli principali, don Fiorentino, “direttore del Don Basilio che polemizza con forza contro la corruzione del tempo e appare come un patriarca liberale, Carmine, il futuro marito di Emilia, con le sue lettere piene di amore di patria, uomo serio e intelligente e Emilia, lettrice appassionata e perennemente inquieta, che non si rassegna a un destino di convenienza. Se all’inizio lei stessa non appare sicura del suo amore, alla fine sceglierà di sposare Carmine. Diversa da lui è Mimmo, lo studente di cui si innamora Emidia, costretto a tornare a Bari dalla fidanzata e dai genitori malati, che non ha il coraggio di mettere in discussione il suo destino già scritto. Resta, però, l’enigma dell’anima di Emidia, di ciò che sentiva realmente questa donna”. E sottolinea come “Nasciamo per rivelarci, citando Hannah Arendt, allo stesso modo Mirella Napodano scrive questo libro per rivelare sè stessa, in un’estrema ricerca di autenticità”.

E’ quindi la professoressa Milena Montanile a sottolineare come “Ma l’amore no” non si possa definire un semplice romanzo epistolare, con una narrazione intessuta di ricordi personali e notazioni storiche e di costume “La singolarità di questo romanzo è nella suggestione di una scrittura che si racconta, lambendo stili e forme diverse, senza mai pretendere di imporsi in una forma dalla illusoria compiutezza. Un libro che fa emergere il desiderio di riappropriarsi del passato con tutto il retaggio di affetti, vicende e sentimenti che veicola. Nella descrizione accurata di luoghi, ambienti, suoni, profumi e sapori, in quella zona narrativa che fra da raccordo tra le lettere e segue lo scorrere degli eventi, affiora l’io autore sorpreso in una sorta di dialogo con il proprio passato. Il dialogo con il passato diventa così strumento per rivelarsi. Colpisce, inoltre, come ad emergere sia l’idea dell’uomo come risultato di una fitta rete do rapporti, vale non solo per i protagonisti Carmine ed Emilia ma per tutti i personaggi che ruotano intorno alla vicenda, da Rosa, giovane domestica orfana che gareggia in abilità con Giovannina, la lavandaia o Filumena, la capera. Un romanzo che è uno spaccato straordinario della vita, delle tradizioni e dei costumi di una città di provincia, dalle gare carnevalesche alla festa dell’Assunta, dal salotto di casa Cotone alla tipografia Pergola”

E’ infine l’autrice a raccontare come questo libro sia nato dalla solitudine del Covid e alle circa 250 lettere che il padre Carmine indirizzò a mia madre Emilia  dal ‘39 al ‘43 negli anni cruciali del ventennio fascista che preludono alla politica di espansione coloniale e allo scoppio della guerra. “Mi piaceva l’idea che queste parole d’amore arrivassero, in volo, dall’Africa all’Italia attraverso la posta aerea. Il titolo non è solo un riferimento alla canzone ma anche a un amore controverso e contrastato”. E ammette “Ho costruito questo romanzo come una sceneggiatura, mettendo in scena i personaggi”.

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Floriana Guerriero

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