Martedì, 7 Luglio 2026
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Meloni ha veramente rotto con il fascismo?

Di Nino Lanzetta

In queste ultime settimane è tornata di grande attualità, sui media e nel talk show, la questione se quello della Meloni sia un governo di derivazione fascista e se il Presidente del Consiglio e i suoi principali collaboratori abbiamo rotto con il passato e abiurato alle loro origini. Questo perché hanno giurato sulla Costituzione, che è nata dalla resistenza ed è stata redatta da Uomini che il fascismo lo hanno combattuto anche con l’esilio e il carcere, quella Costituzione che detta norme solenni che ne impediscano il ritorno, sotto qualsiasi spoglia, e delinea una repubblica parlamentare, espressione del popolo perché il Parlamento è eletto direttamente dagli elettori. La Meloni non si definisce fascista anche perché – dice- anagraficamente non lo ha vissuto. Ha glissato sempre sull’argomento e non si è dichiarata mai antifascista, accusando gli oppositori di ossessione del passato. Eppure il suo partito è farcito di fascisti, a cominciare dal Presidente del Senato (seconda carica dello Stato) che ha in casa il busto del duce, a finire a quelli di Casa Pound, a quelle migliaia di persone che si recano ogni anno ad onorare il duce sulla sua toma davanti alla quale arde una fiamma tricolore (la stessa che troviamo nel simbolo di F. d. I.) a quelli che fanno il saluto fascista ad Acca Larenzia (centinaia di imbecilli secondo Donzelli, collaboratore del Presidente del Consiglio) e a tanti altri, parlamentari compresi, che non fanno nulla per celare il loro passato o la loro ideologia fascista, senza alcuna censura. Ma il fascismo non si vede solo da frasi, gesti azioni e slogan che incitano all’odio, alla violenza per motivi razziali, (cori razzisti che si ripetono negli stadi!) etnici religiosi o nazionalisti, co me l’assalto alla sede nazionale della CGIL, ma, soprattutto, dal tentativo, ormai scoperto, di cambiare la Costituzione in maniera di annullare i residui poteri del Parlamento (già cominciato da anni anche con i partiti della sinistra con l’abuso dei decreti legge e dei voti di fiducia!), per aumentare oltre misura quelli dell’Esecutivo. La riforma sul Premierato tende ad accentrare tutti i poter nel Presidente del Consiglio eletto dalpopolo, le leggi bavaglio sulla stampa, l’abolizione dell’abuso d’Ufficio, la riduzione delle intercettazioni telefoniche per i colletti bianchi, l’attacco alle istituzioni di controllo (vedi Corte dei conti,) il codice appalti, che dà la facoltà di affidare il 95% delle opere pubbliche senza gara mirano alla restaurazione di un autoritarismo di tipo fascista che lascia impunita la classe dirigente. Siamo ben oltre la Democratura di cui parlava Scalfari e ci avviamo ad una persona sola al comando che andrà ad assumere, nei fatti, i pieni poteri, lasciando al Presidente della Repubblica, esautorato dei suoi poteri costituzionali, una sostanziale funzione notarile. Avremo, al massimo, una diarchia, nella quale avrà la primazia il presidente eletto dal popolo. A questa riforma ne seguiranno necessariamente altre di raccordo e la democrazia parlamentare e ‘i equilibrio dei poteri (legislativo, esecutiva, giudiziario) se ne andranno a “catafottere” come direbbe Camilleri. Vincerà il populismo, che è il vero post fascismo. Si tenderà di instaurare una nuova forma di governo che è la Capo-crazia della quale parla Ainis. Perché l’operazione riesca è necessario che sia accompagnata da una favorevole campagna di propaganda dei media, dei social e in genere da una nuova cultura di destra. Infatti è partita da tempo una battaglia cruentissima contro la cultura cosiddetta di sinistra e l’assalto a tutte le istituzioni culturali del Paese occupando tutti i posti di comando e di dirigenza. Lo fanno per la RAI, i musei, i teatri e per tutti gli Enti culturali (vedi da ultimo la nomina di Di Fusco al teatro di Roma con un blitz escludendo dal voto il Sindaco e un esponente del PD). Nel contempo attaccano i giornali “nemici”, vedi Repubblica. Il tutto con la sterile opposizione dei partiti di centro sinistra, che non sanno (o non vogliono) approntare un serio piano di opposizione e si perdono dietro beghe e lotte personali per imbecillità politica per non sapere interpretare gli avvenimenti e che hanno favorito la vittoria di una destra illiberale, sovranista e conservatrice se non fascista della peggiore qualità.

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