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Oltre al risultato referendario 

Era prevedibile che prima o poi le popolazioni lombardo venete – più queste ultime che le prime – dessero una spinta al rafforzamento dei poteri regionali. Il Trentino-Alto Adige aveva ottenuto un ruolo rafforzato con la elevazione del suo territorio a regione a statuto speciale – inevitabile a fronte dello scontro all’epoca sui confini fra Italia e Austria. Nel Veneto non sono mai mancate le denunce e le proteste politicamente anche organizzate sulle forti sperequazioni rispetto ai cittadini altoatesini e qualche anno dopo anche dopo l’attribuzione al Friuli-Venezia Giulia di uno statuto parificato a quello delle regioni delle due isole, della Valle d’Aosta e del Trentino.

Lo Stato centrale e i governi centristi e dei primi anni del centro-sinistra non furono in grado di attuare le riforme previste dalla Carta costituzionale in tema di autonomie territoriali. L’attuazione delle regioni a statuto ordinario nel 1970 non rimosse il malcontento diffuso soprattutto nel Veneto, mentre in Lombardia la presenza autorevole di Bassetti, prima, di Guzzetti dopo, smorzò ma non eliminò le crescenti lamentele per il mancato riconoscimento di un potere più incisivo a favore della neonata istituzione.

Il malcontento diventò con Bossi movimento politico protestatario fino a mettere in discussione l’unità del Paese con pretese indipendentistiche e scissionistiche. Il referendum di domenica scorsa ha fatto registrare una larga partecipazione di votanti nel Veneto: quasi un trentennio di polemiche “Roma ladrona” e contestazioni sulla diversità dei poteri e delle funzioni tra territori confinanti – hanno concorso a formare una opinione pubblica sempre più anticentralista (la colpa è sempre dei governi centrali).

Chi ha sottovalutato le due consultazioni di domenica – parlando anche della loro inutilità perché la richiesta o le richieste di ottenere maggiori funzioni era ed è già contemplata dall’art. 116 della Costituzione (trattativa con il governo e consenso a maggioranza assoluta del Parlamento) – ripeto: chi ha sottovalutato l’esito delle due votazioni non ha tenuto conto delle ripercussioni sul sistema che l’esito favorevole, scontato, avrebbe provocato nel tempo. L’esito referendario soprattutto nel Veneto riapre antiche polemiche e dilata le richieste di molti altri territori che fino alle vigilia se ne erano stati silenziosi. Il Mezzogiorno, con il suo silenzio, è un esempio di indifferenza rispetto ai problemi istituzionali del nostro Paese!. Non va trascurato, infatti, il cammino controverso imboccato in questa legislatura del governo Renzi per riformare la nostra Costituzione (dal superamento del bicameralismo, alla soppressione del CNEL e della Provincia, alla restituzione allo Stato delle consistenti funzioni allocate nel 2001 in testa alle regioni).

Il referendum del 4 dicembre – rispetto alle consultazioni lombardo – venete – è andato nella direzioni opposta. Oggi restano le Province precipitosamente riformate, rimaste prive di risorse con popolazione e territori abbandonati da Roma e dalle regioni. Le Province dovevano essere enti di coordinamento fra comuni e regioni, destinatarie delle funzioni amministrative di competenza regionale. Con qualche eccezione, le regioni attuate si sono dimostrate onnivore, gestiscono in proprio tra l’indifferenza del parlamento che si ostina a non prendere atto che una riorganizzazione dell’ente intermedio è urgente. Occorrerebbe una norma costituzionale che obblighi le regioni a delegare molte delle sue competenze amministrative a favore delle Province. All’indomani dell’ultimo referendum il Presidente Zaia si ispira a Gandhi… ma minaccia di voler trattenere il 90% delle imposte raccolte sul suo territorio (lo ha dichiarato in un’intervista un politico che è stato anche un buon ministro della nostra Repubblica!); Emiliano, poi, da Bari vorrebbe assegnare allo Stato centrale solo funzioni di coordinamento, mentre Maroni, più prudente, vuole trattare come, ed è in fase avanzata, sta facendo con il governo Gentiloni l’Emilia Romagna.

La mia riflessione è che il Mezzogiorno, salvo Emiliano, tace. Sono preoccupato perché non sempre inconsciamente è stata imboccata una strada pericolosa: parlare di rischio Catalogna non è – per noi – ancora attuale, ma ci sono tutte le premesse per intraprendere questo insidioso percorso. Durante il Risorgimento l’Italia era gracile, divisa in piccoli Stati, ma ricca di cultura, che è quella che da noi oggi manca dappertutto dentro i partiti e nella società. All’esito dell’ultimo referendum Berlusconi ed alleati hanno sostenuto – ma non potevano comportarsi diversamente – che anche alle altre tredici regioni deve essere esteso quanto governo e parlamento riterranno di concedere alle due attive regioni del nord. E’ giusto che ciò avvenga senza però creare ulteriori squilibri! Gentiloni prudentemente ha dichiarato d’essere disponibile. Concordo. Si tenga, però, conto che l’applicazione dell’art. 116 del 2001 non concede a tutte le regioni, ma solo a quelle che hanno raggiunto un modello organizzativo ottimale e hanno realizzato progressi nel campo socio-economico, delle infrastrutture e dei servizi. Nel mezzogiorno c’è ancora qualcuno che è ascoltato sull’attuale condizione di queste aree? Reputo giusto che a chi delle regioni chiede ulteriori funzioni governo e parlamento apprezzino la sussistenza delle condizioni.

Su questo fronte bisogna essere avveduti. Dietro al favorevole risultato referendario bisogna essere attenti anche alla provocatoria domanda, come in Veneto, del trasferimento del 90% delle imposte riscosse in quel territorio: come volevano Mazzini e Cavour, lo Stato italiano deve rimanere unitario o deve limitarsi ad assumere le funzioni di coordinatore di non si sa che cosa? Bella domanda.

di Nicola Mancino edito dal Quotidiano del Sud

*Ex presidente del Senato e del Csm

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